
C'è una distanza,
nelle città d'arte, tra ciò che viene offerto al turista frettoloso
e ciò che i cittadini si concedono come rituale quotidiano. A
Firenze questa distanza, nel campo del gelato, è talvolta abissale –
e il merito di una rassegna come quella di Leonardo Romanelli,
pubblicata ieri sulle pagine di questo giornale, è proprio quello di
restituire al consumo del gelato la sua dignità culturale,
sottraendolo alla logica del souvenir alimentare per reinserirlo in
quella, più esigente, dell'artigianato di prossimità. Le dieci
gelaterie selezionate non sono semplicemente "buone" –
aggettivo che nel linguaggio della critica gastronomica ha ormai
perso ogni capacità descrittiva – ma sono coerenti, identitarie,
portatrici di una filosofia che si riconosce nella consistenza come
nel gusto, nella scelta degli ingredienti come nella continuità nel
tempo. Sono, insomma, luoghi dove il gelato non tradisce
l'aspettativa non perché sia sempre uguale, ma perché la sua
variazione avviene entro un perimetro di stile che il cliente impara
a riconoscere e a fidarsi.
Prendiamo Caminia,
in viale Donato Giannotti e via Kassel. Lavinia Mannucci lavora su
un'idea di equilibrio che è quasi matematica: la crema Caminia, che
Romanelli definisce «un manifesto», non è un gusto tra i tanti ma
una dichiarazione d'intenti. La morbidezza non è mai mollezza, la
dolcezza non è mai stucchevole. È un gelato che si mangia con
lentezza, quasi da seduti, perché richiede attenzione – e in
questo si distingue dalla stragrande maggioranza dei prodotti da
passeggio che Firenze offre nelle sue strade più trafficate. Lo
zuccotto in versione gelato, altra specialità della casa, è un
omaggio alla tradizione dolciaria fiorentina che pochi altri
laboratori saprebbero rendere con tanta fedeltà senza cadere
nell'oleografia.
Perché
No!... , in via dei Tavolini, è l'altra faccia della
medaglia: storica, centrale, inevitabilmente esposta al flusso
turistico eppure miracolosamente immune alla banalizzazione. La
famiglia Camilli non insegue mode: il gelato al tè matcha, che
Romanelli cita come esempio di filosofia del locale, non è un vezzo
orientale ma un esercizio di riconoscibilità – pochi ingredienti,
ben assemblati, senza sovrastrutture. Il gelato di castagna con
fiordilatte, miele e sesamo segue la stessa logica: la castagna non è
coperta dal miele né dal sesamo, ma accompagnata, messa in risalto,
lasciata parlare. È un approccio che richiede coraggio, in un'epoca
in cui la tendenza è aggiungere, stratificare, sorprendere a ogni
costo.
Badiani,
con le sue due sedi fiorentine e l'espansione a Roma e Londra, è
forse il caso più noto al grande pubblico. Il gusto Buontalenti è
una firma, una crema vellutata e densa che ha fatto scuola e che
ancora oggi, dopo decenni, mantiene una fedeltà alla ricetta
originale che molti altri grandi marchi hanno perso per strada.
Romanelli ha ragione a sottolineare la «precisione tecnica» come
cifra di Badiani: non è un caso che il franchising abbia funzionato,
perché la riproducibilità di uno standard qualitativo è ciò che
distingue un'industria ben fatta da una catena di scadimento. Ma
attenzione: Badiani non è industriale nel senso deteriore del
termine. È artigianale con ambizione di scala – e questo, a
Firenze, è ancora raro.
La
Sorbettiera, di Antonio Ciabattoni, è l'opposto speculare.
Qui la ricerca è esplicita, quasi didattica: il gusto Thai (lemon
grass e cocco) e il New England 1776 (sciroppo d'acero e bacon
caramellato) sono esempi di un gelato che si fa esperienza
intellettuale prima che fisica. Non è per tutti, ed è giusto così.
Le quattro sedi disseminate in città (Piazza Tasso, Via Mazzetta,
Via de' Banchi e Via de' Bardi) suggeriscono che il pubblico ha
risposto con entusiasmo, ma la vocazione rimane quella di un
laboratorio di idee più che di una gelateria da passeggio. Chi cerca
il classico cono al pistacchio farà meglio a rivolgersi altrove. Chi
cerca una sorpresa, troverà qui un terreno fertile.
Sbrino
Gelatificio Contadino, con le sue molteplici sedi (Serragli,
Senese, Scandicci, San Niccolò), è forse la realtà più capillare
e insieme più coerente di questa lista. Il nome "contadino"
non è una nostalgia: è un programma. L'attenzione alla materia
prima, alla produzione quotidiana, alla riconoscibilità immediata
dei sapori – il cioccolato fondente che Romanelli cita come esempio
è paradigmatico: intenso, diretto, mai amaro per moda né dolce per
calcolo. Le granite con gusti inconsueti sono un divertimento che non
tradisce la serietà di fondo. Sbrino è una gelateria che vive il
presente della città, non il suo cliché.
Edoardo –
Il Gelato Biologico, in piazza del Duomo e via Guicciardini,
è un caso a sé: unica in città con certificazione biologica della
produzione, lavora con ingredienti certificati e costruisce il suo
gelato attorno al concetto di purezza. Miele e lavanda è un gusto
che potrebbe essere pretenzioso in altre mani, qui è semplicemente
ciò che promette: la lavanda non copre il miele, il miele non
annulla la lavanda, e la base cremosa è solo un veicolo. I coni
artigianali preparati in loco completano l'offerta, restituendo al
gelato la sua dimensione di esperienza totale – non solo gusto, ma
anche consistenza, profumo, temperatura.
Il
Barroccino, di via del Corso e altre sedi, è il più
narrativo di questa lista. Ogni gusto nasce da un riferimento
preciso, una storia, una suggestione. La coppa al caffè che richiama
l'affogato tradizionale, il Brûlian Grey con Earl Grey, cioccolato e
uova brûlée: sono interpretazioni che potrebbero risultare pesanti
se non fossero sostenute da una tecnica solida. Pierpaolo Portogallo,
che guida lo staff dei gelatieri, conosce il mestiere e sa che la
narrazione senza sostanza è solo retorica. Qui la sostanza c'è, ed
è consistente.
Gelateria
della Passera, in via Toscanella nell'Oltrarno, è il
gioiello nascosto di questa rassegna. Cinzia Otri ha sviluppato
un'identità forte basata su equilibrio e creatività controllata. Il
gusto Monna Lisa (crema con miele di castagno, purea di mele, acqua
di fiori di arancio, noci e uva sultanina) è un esempio di come si
possa essere complessi senza essere confusionari – ogni ingrediente
si sente, ma nessuno prevale. Il gelato con pesche e vino segue la
stessa logica: frutta e alcol in dialogo, non in competizione. È una
gelateria che merita la deviazione dal percorso turistico.
Vivoli,
in via Isola delle Stinche, è l'istituzione. Il gelato di riso,
primo a Firenze, e l'affogato al caffè sono pietre miliari della
gastronomia cittadina, e Vivoli conserva ancora oggi un legame
diretto con le origini del gelato fiorentino che pochi altri possono
vantare. Romanelli parla di «ricette tradizionali che hanno
attraversato generazioni», e non è retorica: Vivoli è uno dei
pochi luoghi dove si può mangiare un gelato che i fiorentini
mangiavano cinquant'anni fa, con la stessa ricetta, la stessa
consistenza, lo stesso sapore. Non è conservatorismo: è fedeltà. E
la fedeltà, nel gelato come in ogni altra arte, è una virtù.
Gelato di
Gabriele Vannucci, in via Antonio Scialoja, chiude la lista
con un approccio che viene dalla pasticceria contemporanea. Vannucci,
pasticcere di formazione, porta nel gelato la stratificazione
aromatica e la complessità dei dessert da ristorante. La crema che
porta il suo nome (zabaione al vermouth rosso con uvetta macerata),
la foresta nera, il croccantino: sono gusti che si mangiano con il
cucchiaino, seduti, quasi come si assaggia un dolce al termine di un
pasto. L'attenzione ai vegani (pistacchio, tra gli altri) non è
un'aggiunta politically correct ma un'estensione naturale di una
filosofia che pone l'ingrediente al centro, senza mediazioni animali
superflue. È una gelateria per intenditori, nel senso più nobile
del termine: per chi cerca non un cono, ma una piccola opera di
pasticceria in coppa.
Firenze, in questa
rassegna, non è la città del gelato gigante esposto in montagne
colorate, ma la città del laboratorio, della ricerca, del rapporto
personale tra gelatiere e cliente. È un'altra Firenze, meno
fotografata ma più vera, e vale la pena attraversare i quartieri per
conoscerla. Perché il gelato, qui, non è una pausa. È un'abitudine
culturale. E le abitudini culturali, si sa, vanno coltivate con cura
– e con la guida giusta.
Cesio
Endrizzi