RSS

Franz Sacher e la Torta Sacher: Storia, Abbinamenti e Ricetta del Dolce Simbolo di Vienna

 

Franz Sacher (Vienna, 19 dicembre 1816 – Baden, 11 marzo 1907) è stato un pasticciere austriaco, noto soprattutto per aver ideato la celebre torta Sacher.

Erede di una ricca famiglia di albergatori di origine ebraica, Franz divenne giovane panettiere di corte. La svolta della sua vita arrivò nel 1832, quando Klemens von Metternich, potente uomo di stato austriaco, gli chiese di preparare un dolce per un ospite speciale. Il pasticciere di corte era malato e il compito cadde sulle spalle dell'apprendista sedicenne. Franz, aguzzando l'ingegno, realizzò uno dei dolci più famosi della storia. Si racconta che Metternich, dopo aver assaggiato la creazione, esultò entusiasta.

La torta, che oggi porta il suo nome, è composta da un biscotto leggero al cioccolato, con un taglio centrale di confettura di albicocche, il tutto ricoperto da una glassa lucida al cacao e cioccolato. Tradizionalmente viene accompagnata da panna acida semimontata o da un cappuccino, poiché molti viennesi considerano la Sacher-Torte troppo asciutta per essere gustata da sola.

La storia della Sacher-Torte non è priva di colpi di scena. Daniel Peter, inventore di una particolare macchina impastatrice per dolci e primo creatore del cioccolato al latte, rivendicò la paternità della torta come sua. Iniziò così una lunga disputa giudiziaria contro Franz Sacher e i suoi nipoti, che si concluse solo nel 1875 con la vittoria della famiglia Sacher.

L'anno seguente, ormai ricco e affermato, Franz Sacher abbandonò le cucine per aprire a Vienna l'Hotel Sacher, che gestì fino alla morte insieme al figlio Eduard. Oggi l'hotel è ancora un simbolo della città e la torta Sacher ne è il gioiello della corona, un'istituzione viennese tutelata da severi segreti di ricetta.

La Sacher-Torte è un dolce ricco e intenso. Ecco come esaltarla al meglio:

  • Panna montata non zuccherata (Schlagobers): L'abbinamento tradizionale per eccellenza. La leggerezza e la cremosità della panna bilanciano perfettamente la consistenza asciutta e il sapore intenso del cioccolato.

  • Caffè viennese (Wiener Melange): Un caffè con latte schiumato che accompagna dolcemente la torta senza coprirne il gusto.

  • Tè nero (Earl Grey o Darjeeling): La nota agrumata dell'Earl Grey si sposa a meraviglia con la confettura di albicocche.

  • Vino liquoroso (Passito o Sherry): Per un abbinamento elegante, un vino dolce e corposo esalta le note fruttate e di cioccolato.

  • Acqua naturale: Per chi desidera gustare la torta nella sua purezza, l'acqua pulisce il palato tra un boccone e l'altro.


Ecco la ricetta per preparare una Sacher-Torte casalinga, che si avvicina il più possibile all'originale. La ricetta è per uno stampo da 24 cm di diametro.


Ingredienti

Per il biscotto al cioccolato:

  • 140 g di burro morbido

  • 120 g di zucchero a velo

  • 6 uova medie (tuorli e albumi separati)

  • 140 g di cioccolato fondente (almeno 60%), sciolto a bagnomaria

  • 100 g di farina 00

  • 30 g di fecola di patate

  • 1 pizzico di sale


Per il ripieno e la copertura:

  • 200 g di confettura di albicocche (passata al setaccio per eliminare i pezzi)

  • 200 g di cioccolato fondente

  • 100 ml di panna fresca liquida (per la glassa)


Per servire:

  • Panna fresca montata non zuccherata


Preparazione

1. Preparare il biscotto:
Preriscaldate il forno a 170°C (statico). Imburrate e infarinate uno stampo a cerniera da 24 cm. Montate il burro morbido con lo zucchero a velo fino a ottenere un composto spumoso. Aggiungete uno a uno i tuorli, continuando a mescolare. Incorporate il cioccolato fondente sciolto e intiepidito. In un'altra ciotola, montate gli albumi a neve fermissima con un pizzico di sale. Setacciate insieme la farina e la fecola. Aggiungete un terzo degli albumi al composto di cioccolato e mescolate energicamente per amalgamare, poi incorporate delicatamente la farina setacciata e, infine, gli albumi rimasti con movimenti dal basso verso l'alto per non smontare il composto.

2. Cuocere il biscotto:
Versate il composto nello stampo e livellate la superficie. Infornate per circa 45-50 minuti. Fate la prova stecchino: deve uscire asciutto. Sfornate e lasciate raffreddare completamente il biscotto nello stampo prima di sformarlo.

3. Farcire con la confettura:
Una volta freddo, tagliate il biscotto a metà orizzontalmente con un coltello seghettato. Riscaldate leggermente la confettura di albicocche (passata al setaccio) per renderla spalmabile. Spalmatene uno strato abbondante sulla base del biscotto, poi richiudete con la parte superiore. Spalmate la restante confettura anche sulla superficie e sui lati del dolce, creando uno strato sottile ma uniforme. Lasciate asciugare per circa un'ora.

4. Preparare la glassa al cioccolato:
Spezzettate il cioccolato fondente in una ciotola. Scaldate la panna fino a sfiorare il bollore, poi versatela sul cioccolato e mescolate fino a ottenere una glassa liscia e lucida. Lasciate intiepidire leggermente.

5. Glassare la torta:
Mettete la torta su una gratella posta sopra una teglia (per raccogliere la glassa in eccesso). Versate la glassa al centro e, con l'aiuto di una spatola, distribuitela uniformemente su tutta la superficie, facendola colare anche sui lati. Lasciate asciugare e solidificare la glassa a temperatura ambiente.

6. Servire:
La Sacher-Torte si gusta a temperatura ambiente, tagliata a fette e accompagnata da abbondante panna montata non zuccherata.


Curiosità

  • La ricetta originale della Sacher-Torte è ancora oggi un segreto custodito gelosamente dall'Hotel Sacher.

  • Esiste una disputa storica con il pasticciere Demel, che per anni ha prodotto una versione diversa della torta. Alla fine, una causa legale ha stabilito che solo l'Hotel Sacher può utilizzare il nome "Original Sacher-Torte".

  • La torta viene spedita in tutto il mondo dall'Hotel Sacher e, solo a Vienna, se ne vendono oltre 300.000 pezzi all'anno.




  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Imagawayaki: Storia, Abbinamenti e Ricetta del Famoso Dolce Giapponese

 


La storia dell'Imagawayaki inizia nel cuore di Edo (l'antica Tokyo), durante l'era An'ei (tra il 1772 e il 1781). Un venditore ambulante aprì una piccola bancarella nei pressi del ponte Imagawabashi, a Kanda, e iniziò a vendere un dolce caldo e rotondo, fatto con una semplice pastella di farina e ripieno di pasta di fagioli rossi dolci (anko). Il ponte diede il nome al dolce: Imagawayaki, che significa letteralmente "cotto al forno (o alla piastra) di Imagawa".

Questi dolcetti divennero subito popolari tra i cittadini di Edo grazie al loro sapore confortante e al prezzo accessibile. Con il passare dei secoli, l'Imagawayaki si è diffuso in tutto il Giappone e oltre, diventando un classico immancabile dei festival (matsuri) e delle bancarelle di strada.

Oggi, l'Imagawayaki è famoso per la sua crosta esterna leggermente croccante e il cuore morbido e caldo. Mentre la versione tradizionale prevede l'anko, la sua popolarità ha dato vita a infinite varianti, sia dolci che salate, che lo rendono uno street food amatissimo da tutti.

L'Imagawayaki è versatile e si abbina bene a diverse bevande, a seconda del ripieno scelto:

  • Tè Verde (Matcha): L'abbinamento classico per eccellenza. L'amaro erbaceo e leggermente astringente del matcha pulisce il palato e bilancia perfettamente la dolcezza del ripieno di anko o della crema pasticcera.

  • Tè Giapponese (Sencha o Hojicha): Il tè verde tostato (Hojicha) ha note di nocciola e caramello che si sposano meravigliosamente con i ripieni dolci. Il Sencha, più fresco, offre un contrasto pulito.

  • Caffè: Perfetto per un abbinamento occidentale. L'amarezza del caffè esalta i ripieni come la crema alla vaniglia, il cioccolato o persino le varianti al curry.

  • Latte o Latte di Soia: Ideale per un momento di dolcezza, soprattutto se l'Imagawayaki è appena sfornato e caldo. Il latte ne esalta la morbidezza.

  • Sake dolce (Amanazake): Una scelta più tradizionale e insolita, particolarmente indicata nelle fredde serate invernali.

Ecco la ricetta per preparare circa 6-8 Imagawayaki, utilizzando la ricetta classica al ripieno di anko. Se non avete la padella apposita, potete usare una padella antiaderente normale, anche se la forma sarà meno perfetta.


Ingredienti

Per la pastella:

  • 150 g di farina 00 (o farina per dolci)

  • 1 cucchiaino di lievito per dolci (baking powder)

  • 1 uovo medio

  • 30 g di zucchero semolato

  • 1 cucchiaio di miele (o sciroppo d'acero, per una maggiore morbidezza)

  • 200 ml di latte (o acqua, per una versione più leggera)

Per il ripieno:

  • 150-200 g di anko (pasta di fagioli rossi dolci) già pronta, o preparata in casa.

Per la cottura:

  • Olio vegetale (o burro chiarificato) per ungere la padella.


Preparazione

1. Preparare la pastella:
In una ciotola capiente, rompete l'uovo e sbattetelo con una frusta a mano. Aggiungete lo zucchero e il miele e mescolate fino a ottenere un composto omogeneo e leggermente spumoso. Versate il latte a filo, continuando a mescolare. Setacciate la farina con il lievito e incorporatela al composto liquido, mescolando delicatamente con una frusta o una spatola fino a ottenere una pastella liscia e senza grumi. Coprite la ciotola con un panno e lasciate riposare la pastella per almeno 15-20 minuti a temperatura ambiente. Questo passaggio è fondamentale per far idratare la farina e rendere la pastella più morbida.

2. Preparare il ripieno:
Se l'anko non è già in palline, prendete piccole porzioni di pasta (circa 20-25 g) e formate delle palline leggermente schiacciate. Tenetele da parte. Se usate un ripieno diverso (es. crema pasticcera), assicuratevi che sia abbastanza denso.

3. Cuocere gli Imagawayaki:
Scaldate la padella per Imagawayaki (o una padella antiaderente) a fuoco medio-basso. Ungete leggermente gli stampi con un pennello da cucina e un filo d'olio. Versate un mestolo di pastella in uno stampo, riempiendolo per circa 1/3. Mettete una pallina di anko al centro della pastella. Importante: non schiacciatela troppo. Quando la pastella inizia a fare delle bollicine e i bordi iniziano a dorarsi (dopo circa 2-3 minuti), prendete la seconda metà dello stampo (se usate la padella apposita) o un secondo disco di pastella che avrete cotto in un altro stampo. Coprite il primo disco (quello con il ripieno) con il secondo, sigillando bene i bordi. Schiacciate delicatamente con una spatola per unire i due strati. Cuocete per un altro paio di minuti, poi girate il dolce e cuocete l'altro lato fino a doratura uniforme.

4. Servire:
Gli Imagawayaki sono deliziosi serviti caldi, appena sfornati, quando la crosta è ancora leggermente croccante e il ripieno è morbido e filante.


Curiosità: I tanti nomi dell'Imagawayaki

A seconda della regione giapponese o del produttore, questo dolce cambia nome. Ecco alcuni esempi:

  • Ōban-yaki (大判焼き) – usato prevalentemente nel Kansai.

  • Kaiten-yaki (回転焼き) – usato nel Kansai e nel Kyūshū.

  • Nijū-yaki (二重焼き) – letteralmente "cottura doppia".

  • Gozasōrō (御座候) – nome dato dalla famosa azienda di Himeji.

  • Higiri-yaki (ひぎりやき) – nome usato dalla Sawai Honpo in Ehime.

  • Fukkō-yaki (復興焼き) – nome usato dopo il Grande terremoto del Kantō del 1923, che significa "yaki della ricostruzione".

Questa varietà di nomi testimonia quanto questo dolce sia radicato nella cultura gastronomica giapponese, declinato e amato in ogni angolo del Paese.


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Al Vitel Étonné: l’atmosfera autentica del pranzo della domenica nel cuore di Torino


Ci sono ristoranti che puntano sull’effetto sorpresa, altri sulla creatività estrema, altri ancora inseguono le mode del momento. E poi ci sono locali che scelgono una strada diversa: quella della memoria, della tradizione e del piacere semplice di stare a tavola. Al Vitel Étonné, storico indirizzo di via San Francesco da Paola, nel cuore di Torino, appartiene a questa seconda categoria. Entrare nel locale significa immergersi in un’atmosfera che richiama immediatamente i pranzi della domenica di una volta, quelli fatti di tempi lenti, piatti generosi e conversazioni che si allungano ben oltre il caffè.

In una città che negli ultimi anni ha visto nascere numerosi progetti gastronomici innovativi, il Vitel Étonné continua a rappresentare un punto fermo per chi cerca la cucina piemontese nella sua forma più autentica. Non una tradizione museale o imbalsamata, ma una cucina viva, capace di dialogare con il presente senza rinunciare alle proprie radici.

Il nome del locale è già una dichiarazione d’intenti. "Vitel Étonné" è infatti un gioco di parole che richiama il vitello tonnato, uno dei simboli assoluti della gastronomia piemontese. La pronuncia francese e l’ironia del termine suggeriscono immediatamente un approccio elegante ma mai troppo serio, raffinato ma profondamente legato al territorio.

Dietro questa scelta si nasconde una delle caratteristiche più interessanti del locale: la capacità di valorizzare il patrimonio gastronomico regionale senza cadere nella nostalgia fine a sé stessa. Qui la tradizione viene rispettata, studiata e raccontata, ma soprattutto cucinata.

Per comprendere il successo di un locale come il Vitel Étonné bisogna partire dalla storia stessa di Torino. La capitale sabauda ha sempre avuto un rapporto particolare con la tavola. Da un lato la cucina aristocratica della corte, raffinata e influenzata dalla Francia; dall’altro quella popolare delle osterie e delle trattorie frequentate da commercianti, impiegati e artigiani.

Nel corso dei secoli queste due anime si sono fuse dando origine a una gastronomia unica nel panorama italiano. Piatti come il vitello tonnato, gli agnolotti del plin, il brasato al Barolo, il bollito misto e la finanziera rappresentano l’incontro tra ingredienti semplici e una tecnica culinaria sofisticata.

Il Vitel Étonné si inserisce perfettamente in questa tradizione. Il locale conserva infatti quell’equilibrio tra eleganza e familiarità che da sempre caratterizza la migliore ristorazione piemontese.

La prima sensazione che si prova entrando è quella di essere ospiti a casa di qualcuno. Non si tratta soltanto dell’arredamento o dell’accoglienza, ma di un insieme di dettagli che contribuiscono a creare un clima particolare.

I tavoli ben apparecchiati, il brusio delle conversazioni, il profumo dei piatti che arrivano dalla cucina e il ritmo rilassato del servizio evocano immediatamente i pranzi domenicali delle famiglie italiane.

È un’atmosfera sempre più rara in un’epoca in cui spesso si mangia velocemente e si considera il pasto una semplice necessità. Qui, invece, il pranzo torna a essere un rito sociale, un momento di condivisione e piacere.

Non è un caso che molti clienti scelgano il locale proprio per occasioni familiari, incontri tra amici o celebrazioni informali. Il Vitel Étonné riesce infatti a creare quella sensazione di familiarità che rende ogni pasto più piacevole.

La cucina del locale si basa su un principio semplice: valorizzare le grandi ricette piemontesi senza stravolgerle.

Il vitello tonnato rappresenta inevitabilmente uno dei piatti simbolo. Preparato secondo la tradizione, mantiene quell’equilibrio delicato tra la morbidezza della carne e la sapidità della salsa che ne ha decretato il successo internazionale.

Accanto a lui trovano spazio altri protagonisti della cucina regionale. Gli agnolotti del plin, ad esempio, raccontano una storia antica fatta di recupero, manualità e rispetto per gli ingredienti. Il loro nome deriva dal caratteristico pizzicotto, il "plin" in dialetto piemontese, utilizzato per chiudere la pasta.

Non mancano i grandi secondi della tradizione, come il brasato, preparato con lunghe cotture che permettono alla carne di diventare tenera e succulenta, oppure il bollito misto, autentica istituzione della cucina sabauda.

Ogni piatto sembra raccontare una pagina diversa della storia gastronomica del Piemonte.

Uno degli aspetti che distinguono la cucina tradizionale autentica da quella puramente imitativa è la qualità degli ingredienti.

La gastronomia piemontese si fonda infatti su materie prime eccellenti: carni bovine di alta qualità, formaggi d’alpeggio, nocciole, tartufi, ortaggi coltivati nelle campagne regionali e vini tra i più prestigiosi d’Italia.

Il Vitel Étonné dimostra una particolare attenzione alla selezione delle materie prime, elemento fondamentale per mantenere intatta l’identità dei piatti.

In una cucina apparentemente semplice, infatti, ogni ingrediente è esposto e riconoscibile. Non esistono salse elaborate o tecniche spettacolari capaci di nascondere eventuali difetti. Per questo motivo la qualità della materia prima diventa essenziale.

Uno dei punti di forza del locale è il forte legame con il territorio piemontese.

La cucina non cerca ispirazioni esotiche né contaminazioni forzate. Al contrario, valorizza ciò che il Piemonte offre naturalmente: carni eccellenti, vini straordinari e una tradizione gastronomica ricchissima.

Questa scelta non rappresenta una chiusura verso il nuovo, ma una precisa identità culturale. In un mondo sempre più globalizzato, mantenere un rapporto autentico con il proprio territorio diventa infatti un valore aggiunto.

Mangiare al Vitel Étonné significa anche compiere un piccolo viaggio nella cultura gastronomica piemontese, scoprendone sapori, tradizioni e storie.

In Piemonte parlare di cucina senza parlare di vino sarebbe impossibile.

La regione ospita alcune delle denominazioni più prestigiose del mondo: Barolo, Barbaresco, Barbera, Dolcetto, Roero, Gattinara e molte altre.

La carta dei vini rappresenta quindi un elemento centrale dell’esperienza gastronomica. Gli abbinamenti con i piatti tradizionali permettono di esaltare sia la cucina sia le caratteristiche delle etichette proposte.

Un vitello tonnato accompagnato da un bianco piemontese ben strutturato o un brasato servito con un grande rosso delle Langhe rappresentano esempi perfetti di armonia tra cibo e vino.

Locali come il Vitel Étonné svolgono anche una funzione culturale importante. Conservano e trasmettono un patrimonio gastronomico che rischierebbe altrimenti di essere dimenticato.

Molte ricette tradizionali richiedono tempo, esperienza e una conoscenza approfondita delle tecniche di cucina. Non sempre trovano spazio nella ristorazione contemporanea, orientata spesso verso preparazioni rapide e standardizzate.

Continuare a proporre questi piatti significa preservare una parte importante della storia italiana.

Ogni agnolotto, ogni fetta di vitello tonnato, ogni cucchiaiata di brasato raccontano infatti generazioni di cuoche, trattori, contadini e artigiani che hanno contribuito a costruire l’identità gastronomica del territorio.

Torino è una città capace di cambiare mantenendo intatta la propria anima. Negli ultimi decenni ha vissuto profonde trasformazioni economiche e culturali, ma continua a custodire luoghi che rappresentano la sua identità più autentica.

Il Vitel Étonné appartiene a questa categoria. Non è semplicemente un ristorante, ma uno spazio in cui la memoria gastronomica continua a vivere attraverso il cibo, il servizio e l’atmosfera.

In un mondo sempre più veloce, il locale ricorda che il piacere della tavola non nasce soltanto dalla qualità dei piatti, ma anche dal tempo dedicato a gustarli.

Chi visita Torino alla ricerca della vera cucina piemontese trova nel Vitel Étonné un punto di riferimento affidabile. Non promette effetti speciali né rivoluzioni gastronomiche. Offre qualcosa di diverso e forse più prezioso: la continuità di una tradizione.

È il luogo ideale per chi desidera riscoprire il piacere di un pranzo domenicale fatto come si deve, con piatti riconoscibili, ingredienti di qualità e un’atmosfera che invita a rallentare.

Perché, alla fine, il segreto del Vitel Étonné non sta soltanto nelle ricette. Sta nella capacità di far sentire ogni ospite parte di una storia più grande, quella della cucina piemontese e della convivialità italiana. Una storia che continua a essere raccontata ogni giorno, tra i tavoli di via San Francesco da Paola, con la stessa passione di sempre.


"Al Vitel Étonné, in via San Francesco da Paola 4, nel cuore della Torino storica, si respira ancora l'atmosfera dei grandi pranzi della domenica piemontese."

  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Crêpe Suzette: il dolce che vive di un errore, di un nome e di una fiamma


Tra Montecarlo, Parigi e il mito del flambé: la storia enigmatica del dessert più teatrale della cucina francese

La Crêpe Suzette non è soltanto un dolce. È una scena. Un piccolo atto teatrale servito su un piatto caldo, dove zucchero, burro, agrumi e liquore diventano una narrazione che si accende letteralmente davanti agli occhi del commensale. Pochi dessert al mondo possiedono una simile carica simbolica: non si limitano a essere mangiati, ma vengono messi in scena.

E come ogni opera teatrale che si rispetti, la Crêpe Suzette non ha una sola origine. Ha versioni, contraddizioni, memorie sovrapposte. Vive proprio in questa ambiguità.

La nascita della Crêpe Suzette si colloca in un punto preciso dell’immaginario europeo: la fine dell’Ottocento, tra la Parigi elegante e la Montecarlo mondana, quando la ristorazione inizia a trasformarsi da semplice servizio a spettacolo.

In questo scenario appare la figura di Henri Charpentier, giovane apprendista nella narrazione più celebre della leggenda. Secondo il racconto che lui stesso diffonderà anni dopo, un incidente durante il servizio al principe di Galles, futuro Edoardo VII, avrebbe portato alla nascita del dolce: un liquore che prende fuoco, una crêpe salvata all’ultimo momento, e un gesto improvvisato che diventa creazione.

È una storia perfetta. Troppo perfetta.

Le incongruenze storiche sono evidenti: l’età di Charpentier all’epoca, la dinamica improbabile del servizio diretto al principe, e soprattutto il fatto che le versioni codificate nei primi ricettari non parlano affatto di flambé.

Auguste Escoffier, nella sua Guide Culinaire del 1903, descrive le Crêpes Suzette con salsa agli agrumi e liquore, ma senza alcuna fiamma. Anche il Larousse gastronomique inizialmente non associa il dessert al flambé.

La fiamma arriva dopo. Molto dopo. E si innesta come gesto teatrale più che come elemento originario.

Un’altra pista porta a Parigi, al mondo della Comédie-Française e all’attrice Suzanne Reichenberg, detta Suzette. Qui la creazione del nome sarebbe un omaggio sociale, non un incidente culinario. Ma anche questa versione si sovrappone ad altre testimonianze di ristoranti che già utilizzavano denominazioni simili.

La verità storica, come spesso accade in cucina, non è una linea. È una stratificazione.

La Crêpe Suzette non nasce in un punto preciso: si consolida nell’immaginario tra Montecarlo e Parigi come simbolo di eleganza, improvvisazione e spettacolo.

La Crêpe Suzette è un equilibrio di elementi semplici, ma costruiti per diventare complessi nel momento della trasformazione.

La crêpe
È la base fragile, sottile, quasi trasparente. Farina, latte, uova: una struttura neutra che non deve imporsi ma accogliere. La sua funzione non è essere protagonista, ma superficie narrativa.

La crêpe è un foglio bianco gastronomico.

Il burro
È la memoria della cucina francese. Fondente, aromatico, capace di legare tutto senza dominare. Nella salsa Suzette diventa veicolo di lucentezza e rotondità.

Gli agrumi
Arancia e limone non sono decorazione. Sono tensione. L’arancia porta dolcezza e profondità, il limone introduce acidità e taglio. Insieme costruiscono il carattere del piatto.

Lo zucchero
Qui non è solo dolcezza: è struttura della salsa. Caramellizza leggermente, lega i succhi, costruisce densità.

Il liquore (Grand Marnier o Curaçao)
Elemento identitario. Introduce complessità aromatica e soprattutto la possibilità del flambé. L’alcol diventa combustibile narrativo.

Ogni ingrediente è semplice. Ma la loro combinazione non è domestica: è teatrale.

La preparazione della Crêpe Suzette è una doppia costruzione: da un lato la precisione della crêpe,dall’altro la drammaturgia della salsa.

Si parte dalla pastella. Uova, zucchero e sale vengono amalgamati con attenzione, poi la farina viene incorporata lentamente, alternata al latte. Il risultato deve essere fluido, senza grumi, quasi vellutato. Il riposo in frigorifero non è opzionale: permette alla farina di idratarsi e alla struttura di stabilizzarsi.

La cottura delle crêpes è un gesto ripetitivo ma delicato. Padella calda, strato sottile, rotazione precisa. Ogni crêpe deve essere uniforme, quasi trasparente, senza bordi bruciati.

Poi entra in scena la salsa Suzette.

Burro che si scioglie lentamente. Zucchero che si dissolve. Succo d’arancia e limone che trasformano il tutto in una riduzione aromatica. Qui il fuoco non deve essere aggressivo: deve essere controllo.

La salsa deve diventare lucida, densa ma non pesante. Le zeste d’arancia introducono un elemento aromatico immediato, mentre il liquore aggiunge profondità.

A questo punto le crêpes vengono immerse nella salsa, piegate, nappate. È un momento di fusione: la struttura neutra della crêpe assorbe la complessità della salsa.

Poi arriva il gesto finale: il flambé.

Tecnicamente non necessario. Ma culturalmente decisivo.

La fiamma non cambia il sapore in modo radicale. Cambia la percezione. Brucia parte dell’alcol, intensifica gli aromi, ma soprattutto trasforma il servizio in spettacolo.

Il piatto non viene più solo servito. Viene annunciato.

La Crêpe Suzette vive in un equilibrio tra dolcezza, acidità e calore aromatico. L’abbinamento deve rispettare questa complessità senza sovrastarla.

Un classico è il Cognac giovane o Grand Marnier servito a lato, che riprende la nota agrumata e alcolica del dolce stesso, creando continuità gustativa.

In ambito enologico, un Moscato d’Asti funziona per affinità: dolcezza, bollicina e freschezza agrumata.

Più interessante è un Vouvray demi-sec, dove la componente mielata e la mineralità creano contrasto e profondità.

Ma la Crêpe Suzette non è solo un dolce da abbinare. È un dolce da osservare.

Il momento del flambé, quando presente, diventa parte dell’esperienza sensoriale: la luce cambia, il profumo si intensifica, l’alcol evapora e lascia una traccia aromatica più concentrata.

È qui che il dessert rivela la sua natura: non è statico, è performativo.

La vera forza della Crêpe Suzette non sta nella sua origine verificabile, ma nella sua capacità di sopravvivere alle versioni contraddittorie.

Che sia nata a Montecarlo o a Parigi, da un errore o da un omaggio, da Henri Charpentier o da una figura mai identificata, poco cambia.

Il suo destino non è storico, è narrativo.

È diventata simbolo perché contiene tutto ciò che la cucina francese ama raccontare di sé: eleganza, teatro, improvvisazione controllata, e una certa dose di mistero.

Anche il flambé, probabilmente aggiunto in seguito, non è un dettaglio tecnico ma un gesto culturale. È la traduzione visiva del concetto di cucina come spettacolo.

La Crêpe Suzette è uno dei rari dessert in cui la preparazione non si esaurisce nella cucina, ma continua al tavolo.

Non è completa finché non viene servita. E in alcune versioni, non è completa finché non prende fuoco.

È un dolce che vive di trasformazione: dalla pastella alla crêpe, dalla crêpe alla salsa, dalla salsa al flambé.

Ogni fase è una metamorfosi.

E forse è proprio questo il suo segreto più profondo: non essere mai definitivamente definita.

Come ogni grande mito gastronomico, la Crêpe Suzette non appartiene a chi l’ha inventata, ma a chi la guarda accendersi per un istante e capisce che la cucina, a volte, è solo un modo elegante per far bruciare la realtà senza distruggerla.


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Pavlova: la nuvola che divide due nazioni e unisce il mondo


La Pavlova non è soltanto un dessert. È una dichiarazione estetica. Un equilibrio fragile tra aria e materia, tra dolcezza e acidità, tra disciplina tecnica e illusione poetica. Pochi dolci al mondo portano con sé una tale densità narrativa: una ballerina russa diventata icona, due nazioni che si contendono la paternità, e una ricetta che sembra semplice ma nasconde una complessità quasi scientifica.

È il tipo di preparazione che inganna: appare eterea, quasi improvvisata, ma in realtà è costruita su una precisione che non perdona errori. La Pavlova è una lezione di controllo mascherata da leggerezza.

Tutto parte da un nome: Anna Pavlova. Una delle figure più iconiche del balletto classico, capace di trasformare il movimento in sospensione. Il suo celebre assolo La morte del cigno non era solo danza: era una dissoluzione controllata della forma.

Quando la sua tournée attraversa Australia e Nuova Zelanda negli anni Venti del Novecento, la sua immagine si imprime nell’immaginario collettivo dell’emisfero australe. Il corpo leggero, il tutù bianco, la sensazione di qualcosa che esiste ma non pesa.

Da lì nasce l’associazione: un dolce che somiglia a una nuvola, che si rompe sotto il cucchiaio ma resta intatto nella memoria.

Il punto interessante è che la storia non è lineare. Australia e Nuova Zelanda rivendicano entrambe la nascita del dolce, e lo fanno con narrazioni differenti: un cuoco ispirato, un cliente poetico, una torta improvvisata o un omaggio consapevole.

Ma la verità gastronomica è più sottile: la Pavlova non nasce in un singolo momento. Si forma attraverso una lunga evoluzione di meringhe europee, tecniche domestiche e adattamenti coloniali. Quello che cambia non è la tecnica in sé, ma il contesto in cui diventa identità.

La Pavlova, in altre parole, non è stata inventata. È stata riconosciuta.

La forza della Pavlova sta nella sua apparente semplicità. Pochi ingredienti, nessuna copertura strutturata, nessuna stratificazione complessa. Eppure ogni elemento ha un ruolo preciso, quasi ingegneristico.

Gli albumi sono la base strutturale. Non sono semplicemente “montati”: vengono trasformati in una rete proteica capace di intrappolare aria. È chimica pura, ma anche fiducia nel comportamento della materia. Senza grassi, senza contaminazioni, solo proteine e aria.

Lo zucchero non è dolcificante, è stabilizzatore. Ogni cristallo si dissolve lentamente, rafforzando la struttura della schiuma e impedendo il collasso. È un elemento che lavora contro la fragilità naturale del sistema.

L’amido di mais è il dettaglio che cambia tutto: introduce una morbidezza interna, quella consistenza leggermente marshmallow che distingue la Pavlova da una semplice meringa secca.

L’aceto o il succo acido svolgono una funzione invisibile ma decisiva: stabilizzano le proteine, migliorano la texture interna e bilanciano la dolcezza estrema.

La panna montata non è un’aggiunta estetica. È la controparte grassa e morbida di una struttura aerea. Senza di lei, la Pavlova sarebbe un esercizio tecnico, non un dessert.

La frutta fresca – kiwi, fragole, frutti di bosco o frutti tropicali – introduce acidità e umidità. È il punto in cui il dolce si riaggancia al mondo reale.

Ogni ingrediente non è protagonista. È funzione.

La preparazione della Pavlova è una lezione di disciplina. Non esistono scorciatoie, solo controllo del tempo e della temperatura.

Si parte dagli albumi a temperatura ambiente. Questo dettaglio, spesso trascurato, è fondamentale: le proteine si montano meglio, più velocemente e con maggiore stabilità.

La montatura inizia lenta, poi cresce. La trasformazione è visibile: da liquido trasparente a schiuma, da schiuma a struttura, da struttura a massa lucida e stabile.

Lo zucchero viene aggiunto gradualmente. Non tutto insieme. Questo passaggio è cruciale: un’aggiunta troppo rapida compromette la stabilità della schiuma. La pazienza diventa tecnica.

Quando la massa è lucida e ferma, si incorporano amido e aceto. Non cambiano la forma, ma la qualità interna.

Il composto viene poi modellato su carta forno, seguendo un cerchio guida. I bordi devono essere leggermente più alti del centro: la geometria aiuta la cottura e la successiva accoglienza della panna.

La cottura è un momento delicato. Temperatura moderata, tempo lungo, nessuna fretta. La Pavlova non deve dorarsi come un biscotto, ma asciugarsi lentamente.

Dentro il forno avviene la trasformazione invisibile: l’acqua evapora, la struttura si stabilizza, la superficie si irrigidisce mentre l’interno resta morbido.

Poi arriva il raffreddamento. Spesso sottovalutato, è in realtà parte integrante della ricetta. Un raffreddamento troppo rapido provoca crepe e collassi.

Infine il montaggio: panna e frutta. Un gesto semplice che però chiude un processo complesso.

La Pavlova è diventata un simbolo nazionale non per la sua origine, ma per la sua adattabilità culturale. In Australia e Nuova Zelanda è il dessert delle feste estive, soprattutto del Natale nell’emisfero sud, quando il caldo sostituisce la neve e la leggerezza diventa necessità gastronomica.

Qui la Pavlova trova il suo habitat naturale: un dolce freddo, fresco, arioso, perfetto per bilanciare pasti ricchi in giornate calde.

La disputa tra i due Paesi non è solo culinaria. È identitaria. Ogni nazione ha costruito una narrativa storica per rivendicare la propria versione, ma in realtà entrambe hanno contribuito alla sua diffusione moderna.

La ricerca storica ha mostrato che preparazioni simili esistevano già in Europa e America. Meringhe con panna e frutta erano comuni ben prima del viaggio di Anna Pavlova nell’emisfero australe.

Ma nessuna di quelle versioni aveva un nome, un mito, una storia condivisa.

La Pavlova è diventata ciò che è oggi non perché è stata inventata, ma perché è stata raccontata.

Mangiare una Pavlova è un gesto temporale più che gastronomico. Non si taglia con precisione: si rompe.

Il cucchiaio attraversa la crosta fragile, entra nell’interno morbido, incontra la panna e la frutta. Ogni boccone è diverso dal precedente.

La dolcezza non è mai assoluta. È bilanciata dall’acidità della frutta e dalla leggerezza della meringa. La consistenza cambia continuamente: croccante, cremosa, umida.

È un dessert che non si conserva bene proprio perché nasce per essere consumato nel momento. La Pavlova non ama la memoria lunga. Ama l’istante.

La scelta del vino è delicata. Serve qualcosa che non sovrasti la struttura zuccherina ma che sappia reggerla.

Un Moscato aromatico funziona per affinità: dolcezza su dolcezza, con una freschezza che evita la saturazione.

Un Riesling off-dry introduce invece una tensione interessante tra zucchero e acidità.

Per chi cerca contrasto, uno Champagne Brut Nature crea una frattura elegante: la secchezza delle bollicine pulisce il palato e riapre la percezione a ogni boccone.

Ma la verità è che la Pavlova non chiede solo un abbinamento. Chiede un contesto: luce naturale, tavola estiva, frutta fresca appena tagliata, e tempo sufficiente per non avere fretta.

La Pavlova insegna una cosa semplice e radicale: la perfezione non è solidità, ma equilibrio instabile.

È un dolce che vive sul confine tra costruzione e collasso, tra tecnica e leggerezza, tra controllo e cedimento.

Come la danza che le ha dato il nome, non è pensata per durare. È pensata per accadere.

E in quell’attimo breve in cui la meringa cede sotto il peso della panna e della frutta, si comprende il suo vero significato: la bellezza non sta nella resistenza, ma nella capacità di restare sospesi abbastanza a lungo da essere ricordati.


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

La Tarte Tatin


La Tarte Tatin nasce in una terra di passaggio e di attesa: la Sologne, cuore silenzioso della Valle della Loira, dove le nebbie del mattino si mescolano al profumo delle mele mature e al ferro delle locomotive che arrivano da Parigi.

Siamo tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Non è un’epoca di perfezione, ma di adattamento. Le cucine degli alberghi di provincia sono mondi vivi, compressi tra il servizio rapido dei viaggiatori e l’eleganza borghese che comincia a diffondersi dalla capitale. In questo contesto le sorelle Tatin — Stéphanie e Caroline — non creano un dolce per vanità gastronomica, ma per necessità, ritmo e sopravvivenza del servizio.

La leggenda dell’errore non è solo folklore: è la sintesi perfetta di una cucina dove il tempo non concede seconde possibilità. Le mele già in teglia, il burro che fonde, lo zucchero che inizia a trasformarsi in ambra. La pasta mancante. E allora il gesto radicale: coprire dall’alto e ribaltare il destino.

È interessante notare come, già prima della consacrazione parigina, il territorio conoscesse torte di frutta capovolte. Ma le Tatin fanno qualcosa di diverso: non inventano forse la tecnica, ma la trasformano in mito. Quando Curnonsky, il “principe dei gastronomi”, ne parla, non descrive solo un dolce: racconta una rivelazione provinciale che conquista la capitale. E quando il ristorante Maxim’s la porta a Parigi, la Tarte Tatin smette di essere un accidente domestico e diventa un’icona.

Qui sta la sua eredità: non nella perfezione, ma nella capacità di rendere memorabile l’imprevisto.

La Tarte Tatin è un esercizio di onestà assoluta. Non c’è nulla da nascondere: ogni ingrediente è esposto, concentrato, quasi amplificato dal fuoco.

Le mele
Sono il cuore pulsante del dolce. Non tutte sono adatte. Serve una mela che resista al calore senza dissolversi in purea, ma che sappia cedere senza opporre rigidità inutile. Varietà come la Reinette, la Golden ben matura o le mele acidule di montagna sono ideali.

La mela qui non è un frutto: è struttura, acqua, zucchero naturale, acidità che bilancia la dolcezza del caramello. Deve avere personalità.

Il burro
Non è semplice grasso. È il veicolo della memoria casearia francese. Un burro di qualità, possibilmente a latte crudo o comunque ricco e aromatico, diventa il ponte tra frutta e zucchero. Senza di lui, il caramello sarebbe solo fuoco; con lui diventa profondità.

Lo zucchero
Apparentemente semplice, in realtà è il momento decisivo. Deve essere capace di trasformarsi in ambra senza bruciare. Qui non si perdona nulla: o si domina il tempo, o si cade nell’amaro.

La pasta brisée o sfoglia
Elemento quasi laterale, ma fondamentale. Deve essere neutra, friabile, leggermente burrosa, mai invadente. È la copertura che diventa base, la superficie che si trasforma in fondo. È il gesto architettonico del ribaltamento.

Ogni ingrediente è semplice, ma insieme costruiscono una complessità che nasce dal calore e dalla trasformazione, non dall’aggiunta.

La Tarte Tatin è un dolce che non tollera distrazioni. È un dialogo continuo con il fuoco.

Si comincia con la padella, preferibilmente di rame o ghisa pesante. Il metallo non è un dettaglio: è il primo interprete della cottura.

Lo zucchero viene distribuito e lasciato sciogliere lentamente. Qui non si mescola in modo nervoso: si attende. Il calore deve trasformarlo in uno sciroppo ambrato, un momento delicato in cui il confine tra dolcezza e amarezza è sottilissimo.

Quando il caramello inizia a prendere colore, si aggiunge il burro. Il suono cambia: da secco a vivo, da statico a fluido. Il burro emulsiona il caramello, lo rende lucido, quasi vellutato.

Le mele vengono disposte con metodo quasi architettonico. Non devono galleggiare, ma incastrarsi. Ogni spicchio trova il suo posto, perché durante la cottura si restringeranno, si compatteranno, si fonderanno in un unico corpo.

A questo punto si lascia cuocere. È qui che accade la magia vera: le mele rilasciano acqua, lo zucchero si addensa, il burro penetra. Il profumo cambia progressivamente: prima dolce, poi tostato, infine profondo, quasi di frutta cotta al fuoco vivo.

Poi arriva la pasta. Posata sopra come un coperchio. È un gesto quasi controintuitivo: non si costruisce verso l’alto, si chiude verso il basso.

In forno, la trasformazione continua. Il calore cuoce la pasta e completa la concentrazione delle mele.

Infine il momento più delicato: il ribaltamento.

Non è solo un gesto tecnico. È un atto di fiducia. La padella viene capovolta su un piatto, e per un istante tutto può ancora crollare o rivelarsi perfetto.

Quando funziona, accade qualcosa di preciso: il caramello scende, avvolge le mele, lucida la superficie. Il profumo si espande, caldo, quasi animalesco nella sua dolcezza.

La Tarte Tatin chiede un vino che non la sovrasti, ma che la accompagni nel suo equilibrio tra dolce, acidità e amarezza lieve del caramello.

Un abbinamento classico e coerente è un Coteaux du Layon o un Sauternes: vini dolci ma sostenuti da una spina acida che impedisce alla dolcezza di diventare opprimente. La loro nota di frutta matura e miele risponde alla mela caramellata come un’eco naturale.

In alternativa, un Calvados giovane o un distillato di mela servito a lato o in accompagnamento diretto al dolce crea un ponte territoriale: la mela che ritorna a sé stessa attraverso il fuoco e l’alcol.

Sul piano strutturale, la Tarte Tatin non vuole creme né aggiunte pesanti. Al massimo una panna leggermente montata, quasi liquida, non zuccherata o appena dolcificata, per spezzare la densità del caramello.

E poi c’è il momento finale, quello che nessuna ricetta può davvero insegnare: il silenzio dopo il primo morso.

La croccantezza della pasta, la morbidezza delle mele, il caramello che lega tutto. È un equilibrio instabile, sempre sul punto di rompersi e proprio per questo vivo.

Perché in fondo la Tarte Tatin non è solo una torta rovesciata.

È la prova che anche un errore, se attraversato dal fuoco giusto, può diventare memoria.


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Caffè Fiorio: il Salotto di Torino dove si Faceva il Risorgimento tra Caffè, Gelati e Politica

 

Passeggiando sotto i portici di Via Po, nel cuore di Torino, si incontra un luogo che da oltre due secoli osserva la storia italiana scorrere davanti alle proprie vetrine. Non è soltanto un caffè storico. Non è semplicemente un elegante locale del centro cittadino. Il Caffè Fiorio è stato un vero e proprio laboratorio politico, un salotto aristocratico, un osservatorio privilegiato del Risorgimento e uno dei simboli più autentici della cultura torinese.

Entrare oggi nel Fiorio significa attraversare una soglia temporale. Le sedie in velluto rosso, gli specchi, gli affreschi e l'atmosfera raffinata sembrano raccontare ancora le conversazioni di ministri, generali, intellettuali e sovrani che vi si incontravano quando Torino era capitale del Regno di Sardegna e, per un breve ma fondamentale periodo, anche del Regno d'Italia.

Pochi locali italiani possono vantare una storia così strettamente intrecciata con le vicende politiche e culturali della nazione. Se il Caffè Greco rappresenta Roma e il Caffè Florian rappresenta Venezia, il Fiorio rappresenta l'anima più elegante, riservata e politica di Torino.

La storia del Fiorio inizia nel 1780, quando venne inaugurato nella allora Contrada di Po, l'attuale Via Po.

Torino era una capitale europea in crescita, sede della monarchia sabauda e punto di riferimento per l'aristocrazia piemontese. In quel contesto nacque il locale fondato dai fratelli Fiorio, destinato ben presto a diventare uno dei punti d'incontro più prestigiosi della città.

Fin dall'inizio il caffè attirò una clientela selezionata:

  • nobili

  • ufficiali dell'esercito

  • funzionari di corte

  • alti burocrati

La sua eleganza lo distingueva da altri locali cittadini e contribuì a costruirne rapidamente la reputazione.

In un'epoca in cui i caffè rappresentavano molto più di semplici esercizi commerciali, il Fiorio divenne un luogo dove si formavano opinioni, si stringevano alleanze e si commentavano gli eventi politici del momento.

Durante il periodo della Restaurazione il Fiorio acquisì una precisa identità politica.

Mentre altri locali torinesi erano frequentati da liberali e rivoluzionari, il Fiorio divenne il punto di riferimento dell'aristocrazia conservatrice.

Per questo motivo venne soprannominato: "Il Caffè dei Codini" oppure "Il Caffè dei Machiavelli"

Il termine "codini" era utilizzato per indicare coloro che rimanevano legati ai valori dell'Antico Regime e guardavano con sospetto alle idee rivoluzionarie provenienti dalla Francia.

I frequentatori del Fiorio discutevano di politica, diplomazia e strategie di governo, spesso influenzando indirettamente le decisioni che venivano prese nei palazzi del potere.

Non era raro che una conversazione iniziata davanti a una tazza di cioccolata o a un caffè trovasse poi seguito nelle stanze della corte sabauda.

Con il passare degli anni il panorama politico italiano cambiò profondamente.

Le idee nazionali e liberali iniziarono a diffondersi e Torino divenne il centro propulsore del processo che avrebbe portato all'Unità d'Italia.

Anche il Fiorio cambiò volto.

Se inizialmente era stato un ritrovo aristocratico conservatore, nella seconda metà dell'Ottocento si trasformò progressivamente in uno dei luoghi simbolo del dibattito risorgimentale.

Tra i suoi tavoli si incontravano figure destinate a entrare nei libri di storia.

Tra i frequentatori più illustri si ricordano:

  • Camillo Benso, Conte di Cavour

  • Massimo d'Azeglio

  • Urbano Rattazzi

  • Cesare Balbo

  • Santorre di Santarosa

  • Giovanni Prati

  • Giacinto Provana di Collegno

Il Fiorio diventò così una sorta di parlamento informale dove si confrontavano le principali personalità politiche dell'epoca.

Uno degli aneddoti più famosi riguarda Carlo Alberto di Savoia.

Secondo le cronache del tempo, il sovrano aveva l'abitudine di informarsi ogni giorno su ciò che si diceva al Fiorio prima di iniziare le proprie udienze ufficiali.

Questo dettaglio racconta meglio di qualsiasi documento l'influenza che il locale esercitava sull'opinione pubblica torinese.

Sapere quali fossero gli umori del Fiorio significava conoscere gli orientamenti dell'élite politica e sociale della città.

In pratica, il caffè funzionava come un moderno osservatorio politico.

Quando la borghesia iniziò a frequentare sempre più assiduamente il locale, una parte dell'aristocrazia storica manifestò una certa insofferenza.

Per alcuni nobili il Fiorio stava perdendo quell'esclusività che ne aveva decretato il successo.

Nel 1850 il locale assunse temporaneamente il nome di: Caffè della Confederazione Italiana

La modifica durò poco, ma testimonia il clima politico e culturale in continua evoluzione che caratterizzava l'Italia preunitaria.

Tra le curiosità più affascinanti legate al Fiorio vi è una tradizione che attribuisce proprio a questo locale la nascita del cono gelato da passeggio.

Anche se l'origine esatta del cono è ancora oggetto di dibattito storico, il Fiorio viene spesso citato tra i pionieri di questa innovazione.

L'idea di poter consumare il gelato camminando rappresentò una piccola rivoluzione gastronomica.

Oggi sembra normale, ma nell'Ottocento il gelato era generalmente servito in coppe, bicchieri o contenitori riutilizzabili.

Il cono trasformò il consumo del gelato in un'esperienza più pratica e popolare.

Una delle ragioni per cui il Fiorio continua ad affascinare visitatori e turisti è la straordinaria conservazione degli ambienti storici.

Nel 1845 venne effettuato un importante restauro.

Furono introdotti:

  • sedie in velluto rosso

  • tappezzerie eleganti

  • decorazioni artistiche

  • affreschi

  • sculture

Tra gli artisti coinvolti figurano:

  • Francesco Gonin

  • Giuseppe Bogliani

Nel 1850 il locale venne ulteriormente ampliato con una grande sala longitudinale e diversi ambienti superiori.

Ancora oggi questi spazi conservano gran parte del fascino originario.

Come accade per molti luoghi iconici italiani, anche il Fiorio è entrato nella cultura popolare.

Nel 1996 alcune scene del film:

Tutti giù per terra

diretto da

Davide Ferrario

vennero girate all'interno del locale.

La scelta non fu casuale.

Il Fiorio rappresenta infatti uno dei luoghi più riconoscibili e suggestivi della Torino storica.

Visitare il Fiorio significa anche concedersi un'esperienza gastronomica.

Tra le specialità più apprezzate figurano:

  • caffè espresso tradizionale

  • cioccolata calda

  • bicerin

  • pasticceria piemontese

  • gelati artigianali

  • semifreddi

  • dolci storici torinesi

Particolarmente celebre resta la qualità delle preparazioni dolciarie, eredi di una tradizione che attraversa più di due secoli.

Molti caffè storici italiani sono diventati semplici attrazioni turistiche.

Il Fiorio, invece, conserva ancora oggi una doppia anima.

Da una parte è una testimonianza viva della storia italiana.

Dall'altra continua a essere un luogo frequentato dai torinesi, che vi si recano per una colazione, un caffè o un incontro di lavoro.

Forse è proprio questa continuità il suo segreto.

Da oltre 240 anni il mondo è cambiato radicalmente.

Sono caduti imperi.

Sono nate nazioni.

Sono cambiate mode e abitudini.

Eppure il Fiorio continua a svolgere la funzione per cui era nato: essere un luogo dove le persone si incontrano, discutono, osservano il proprio tempo e immaginano il futuro.

Tra una tazza di caffè e una conversazione, proprio come accadeva ai tempi di Cavour e Carlo Alberto.


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS