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I BISCOTTI DI FANGO DI HAITI: QUANDO LA FAME TRASFORMA UNA PRATICA ANTICA IN UN SIMBOLO DELLA POVERTÀ ESTREMA

 


Mangiare biscotti fatti di terra può sembrare inconcepibile in una società in cui gli scaffali dei supermercati traboccano di prodotti alimentari. Eppure, ad Haiti, uno dei Paesi più poveri dell'emisfero occidentale, questi dischi di fango sono diventati il simbolo drammatico di una realtà nella quale, per alcune famiglie, persino procurarsi un pasto quotidiano può trasformarsi in una lotta per la sopravvivenza.

La pratica ha radici più antiche della crisi alimentare che l'ha resa tristemente famosa. Il consumo intenzionale di terra, argilla o altre sostanze non alimentari è conosciuto come geofagia ed è documentato in diverse società del mondo, comprese alcune comunità dell'Africa occidentale e dei Caraibi. Tuttavia, è importante distinguere una pratica tradizionale dalle circostanze estreme che possono trasformarla in un espediente per affrontare la fame.

In alcune culture, il consumo di argilla è stato associato a credenze medicinali e a rimedi popolari. In particolare, alcune donne incinte hanno consumato piccole quantità di terra per cercare di alleviare la nausea o altri disturbi. Queste usanze, però, non sono universali e non devono essere confuse con una pratica alimentare sicura: l'argilla non costituisce un sostituto adeguato del cibo e può contenere sostanze contaminanti.

Ad Haiti, la preparazione dei cosiddetti biscotti di fango, conosciuti localmente come bonbon tè, è diventata un'immagine emblematica della povertà estrema soprattutto durante la crisi alimentare del 2008. Non significa che in quell'anno sia nato il consumo di terra, né che tutti gli haitiani abbiano mai condiviso questa abitudine. Fu piuttosto il momento in cui una pratica già esistente attirò l'attenzione internazionale come manifestazione della disperazione di chi non riusciva più a permettersi alimenti ordinari.

Nel 2008, l'impennata mondiale dei prezzi dei prodotti alimentari provocò proteste e tensioni in numerosi Paesi. Haiti, già gravata da povertà diffusa, infrastrutture fragili e forte dipendenza dalle importazioni, risultò particolarmente vulnerabile.

A rendere la situazione ancora più difficile contribuivano i problemi strutturali dell'agricoltura nazionale e le conseguenze delle politiche economiche adottate negli anni precedenti. La riduzione delle tariffe sulle importazioni di riso negli anni Novanta aveva favorito l'ingresso di prodotti stranieri, compreso il riso statunitense, rendendo più difficile per molti agricoltori locali competere con le importazioni.

Non sarebbe corretto attribuire l'intera crisi a una sola decisione politica: i rincari internazionali, la debolezza economica del Paese, la dipendenza alimentare dall'estero e gli eventi climatici concorsero a creare una situazione particolarmente grave.

Quando il prezzo dei generi alimentari supera le possibilità economiche di una famiglia, il problema non è più soltanto la scarsità fisica del cibo. È anche l'impossibilità di acquistarlo. Per le persone più povere, ogni aumento del prezzo del riso, dell'olio o della farina può significare rinunciare a un pasto, ridurre le porzioni o cercare alternative disperate.

La preparazione tradizionale descritta nei reportage giornalistici è tanto semplice quanto inquietante. L'argilla viene mescolata con acqua, sale e talvolta olio vegetale o altri grassi. Dopo aver lavorato l'impasto ed eliminato, per quanto possibile, i frammenti più grossolani, si formano dischi sottili che vengono lasciati asciugare al sole.

Il risultato assomiglia superficialmente a un biscotto, ma l'aspetto non deve trarre in inganno: non si tratta di un alimento nel senso nutrizionale del termine. La terra non fornisce l'energia e i nutrienti necessari per sostenere l'organismo come farebbero cereali, legumi, frutta, verdura o altre fonti alimentari.

Il suo eventuale effetto è soprattutto quello di riempire temporaneamente lo stomaco, senza risolvere la fame. È proprio questa contraddizione a rendere il fenomeno così drammatico: qualcosa che sembra un biscotto, ma che non può sostituire un pasto.

Consumare terra può esporre a diversi pericoli. Il suolo può contenere batteri, parassiti, residui chimici e metalli pesanti, mentre particelle non digeribili possono aggravare alcuni disturbi gastrointestinali. La composizione varia da un luogo all'altro, quindi non è possibile considerare sicura l'argilla soltanto perché viene utilizzata da tempo in una determinata comunità.

Inoltre, la geofagia può interferire con l'assorbimento di alcuni nutrienti e contribuire a problemi nutrizionali. In presenza di fame cronica, il rischio è ancora maggiore perché l'organismo è già indebolito dalla carenza di energia e di sostanze essenziali.

Per questo motivo, i biscotti di fango non rappresentano una soluzione alla malnutrizione, ma un segnale della sua gravità.

UNA TRADIZIONE O IL SINTOMO DI UNA CRISI?

La domanda su quando il consumo di biscotti di fango sia entrato nella cultura haitiana richiede quindi una distinzione fondamentale. La geofagia ha una storia lunga e diffusa in diverse parti del mondo; i biscotti di fango di Haiti, invece, sono diventati particolarmente noti come risposta estrema all'impossibilità di acquistare cibo durante periodi di crisi.

Descriverli semplicemente come una tradizione culinaria rischia di cancellare il contesto sociale che ne spiega la notorietà. Non sono una specialità gastronomica paragonabile a un piatto tradizionale, né una pratica condivisa indistintamente dalla popolazione haitiana. Sono soprattutto l'espressione di condizioni di vita nelle quali la necessità può spingere le persone a ricorrere a ciò che normalmente non considererebbero commestibile.

La loro storia pone una domanda che va ben oltre Haiti: che cosa succede quando il diritto teorico a nutrirsi si scontra con l'impossibilità concreta di comprare il cibo?

La risposta non si trova nella terra trasformata in biscotti, ma nelle condizioni economiche, sociali e politiche che rendono quei biscotti necessari per qualcuno. Perché il vero scandalo non è che un essere umano possa arrivare a mangiare fango. È che possa essere costretto a farlo perché non ha altro da mangiare.

Cesio Endrizzi

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