RSS

Perché i churros sono così popolari in Messico se sono originari della penisola iberica?

 



Se c'è un dolce che oggi sembra appartenere naturalmente alla cucina messicana, è il churro.

Lo si trova nelle strade, nelle piazze, nelle fiere, nelle churrerías e nei mercati. Può essere semplice, ricoperto di zucchero e cannella, accompagnato da cioccolata calda oppure riempito di cajeta, crema o altri ripieni dolci.

Eppure il churro non è nato in Messico.

La sua storia appartiene alla penisola iberica, anche se l'origine precisa del dolce rimane meno chiara di quanto suggeriscano alcune versioni popolari. Esistono diverse teorie sulle sue origini, ma non è necessario scegliere una leggenda per spiegare perché il churro sia diventato così importante in Messico.

La risposta si trova in una delle più grandi trasformazioni culinarie della storia: l'incontro fra Europa e Americhe.

Quando gli spagnoli arrivarono in Mesoamerica, portarono con sé ingredienti e tecniche che non appartenevano alla cucina indigena americana. Tra questi c'erano il frumento, la canna da zucchero e nuove tradizioni di panificazione e frittura.

Il continente americano, però, possedeva già ingredienti che avrebbero cambiato profondamente la cucina europea.

Uno dei più importanti era il cacao.

Il cacao era coltivato e consumato da diverse civiltà mesoamericane molto prima dell'arrivo degli europei. Le bevande a base di cacao avevano un ruolo importante in diverse culture della regione, anche se il loro uso, preparazione e significato variavano da una popolazione all'altra.

Gli spagnoli portarono il cacao in Europa e lo trasformarono secondo i propri gusti.

Il cioccolato europeo divenne progressivamente più dolce e venne associato a latte, zucchero e altre spezie. Ma la storia non procedette in una sola direzione.

Anche il Messico continuò a sviluppare una propria cultura del cacao e del cioccolato.

È quindi facile capire perché l'abbinamento fra churros e cioccolata sia diventato così naturale.

Il churro offre una struttura croccante, calda e fritta.

La cioccolata offre una consistenza densa e cremosa.

Uno si immerge nell'altra.

È una combinazione quasi perfetta dal punto di vista sensoriale.

Ma non bisogna immaginare che gli spagnoli siano arrivati in Messico con una ricetta completa del “churro messicano” già pronta.

Come accade quasi sempre nella storia della cucina, il prodotto cambiò quando cambiò ambiente.

Il churro messicano sviluppò caratteristiche proprie.

Una delle più evidenti è l'uso molto generoso di zucchero e cannella sulla superficie. Il churro viene generalmente fritto fino a diventare dorato e croccante, poi passato nella miscela aromatica quando è ancora caldo.

La cannella, naturalmente, non è originaria del Messico. Ma il Messico sviluppò una forte cultura del suo utilizzo, e la combinazione fra cannella, zucchero e impasti fritti divenne parte dell'identità di numerosi dolci locali.

Ancora più caratteristico è il churro relleno, il churro ripieno.

Il guscio viene realizzato in modo da poter accogliere una farcitura dopo la frittura. Al suo interno possono finire cajeta, creme, dulce de leche, cioccolato, crema alla vaniglia o latte condensato, a seconda della preparazione.

La cajeta è particolarmente interessante.

È una preparazione a base di latte di capra caramellizzato, tradizionale del Messico. Il suo gusto intenso, lattico e caramellato si combina perfettamente con il guscio fritto del churro.

A questo punto il dolce non è più semplicemente un prodotto importato dalla Spagna.

È diventato messicano.

Questo è un fenomeno molto comune nella storia dell'alimentazione.

Un alimento può arrivare attraverso una migrazione, una conquista o uno scambio commerciale e, nel giro di alcune generazioni, diventare completamente integrato nella cucina del nuovo Paese.

Il processo non richiede necessariamente che l'alimento originale scompaia.

Il churro spagnolo continua a esistere.

Ma il churro messicano ha sviluppato una propria identità.

La ragione della sua popolarità non è soltanto gastronomica.

Il churro è perfetto per la cultura dello street food.

L'impasto è relativamente semplice. La preparazione richiede ingredienti facilmente reperibili e una friggitrice o una pentola sufficientemente capiente. Il prodotto può essere preparato rapidamente, venduto caldo e consumato mentre si cammina.

Non servono piatti raffinati.

Non serve un ristorante.

Una bancarella può trasformare farina, acqua, zucchero, grasso e aromi in un prodotto che attira immediatamente il cliente con il profumo della frittura e della cannella.

È esattamente il tipo di alimento che prospera nelle fiere, nelle piazze e nelle strade.

Il churro appartiene quindi alla grande famiglia degli antojitos, termine utilizzato per indicare una vasta categoria di cibi informali e spuntini della cucina messicana. Non tutti gli antojitos sono fritti e non tutti sono dolci, ma condividono spesso una caratteristica fondamentale: sono alimenti pensati per essere consumati in modo informale, accessibile e immediato.

Il churro si adattava perfettamente a questo mondo.

E poi c'è un'altra ragione: il suo costo.

La cucina popolare tende a conservare gli alimenti che riescono a offrire molto piacere con ingredienti relativamente semplici. Il churro appartiene esattamente a questa categoria.

Farina.

Acqua.

Sale.

Zucchero.

Grasso per la frittura.

Cannella.

E, quando disponibile, un ripieno.

Da questi elementi nasce un alimento che può essere consumato caldo pochi minuti dopo essere stato preparato.

La storia moderna del churro messicano offre anche un esempio interessante di come l'immigrazione possa rafforzare una tradizione.

A Città del Messico, El Moro divenne una delle churrerías più celebri. Fu fondata nel 1935 da Francisco Iriarte, immigrato spagnolo originario della regione di Castilla y León, insieme ai suoi fratelli. L'attività nacque proprio nel contesto della presenza spagnola in Messico e contribuì alla diffusione del churro come prodotto specializzato.

Quello che era arrivato dalla Spagna poteva così essere trasformato in un'istituzione gastronomica messicana.

È un paradosso solo apparente.

Le cucine nazionali non sono necessariamente nate tutte nello stesso territorio nel quale oggi vengono identificate.

La pizza è diventata un simbolo italiano attraverso una lunga storia di trasformazioni.

Il caffè è diventato centrale in moltissime culture che non ne sono originarie.

Il pomodoro, oggi inseparabile da numerose ricette italiane, è originario delle Americhe.

Le patate sono americane, ma sono diventate fondamentali in moltissime cucine europee.

Il peperoncino, anch'esso americano, è ormai inseparabile da cucine asiatiche che non lo avevano mai conosciuto prima dell'età moderna.

La cucina è piena di questi paradossi.

Il churro messicano appartiene alla stessa logica.

La sua genealogia può partire dalla penisola iberica, ma la sua storia messicana è reale e autonoma.

Il Messico non si è limitato a conservare un dolce importato.

Lo ha adattato agli ingredienti disponibili, ai gusti locali e soprattutto a una cultura dello spuntino di strada nella quale il cibo deve essere caldo, accessibile, immediato e facilmente trasportabile.

E ha costruito intorno al churro una serie di abbinamenti che oggi sembrano quasi inseparabili dal prodotto: zucchero e cannella, cioccolata calda, cajeta e altri ripieni.

Alla fine, quindi, la domanda “perché i churros sono così popolari in Messico se vengono dalla Spagna?” contiene già una premessa interessante ma incompleta.

La loro origine e la loro identità non sono la stessa cosa.

Il churro può avere una storia iberica e contemporaneamente essere profondamente messicano.

È successo perché le ricette non viaggiano mai da sole.

Viaggiano con persone, ingredienti, tecniche, economie, migrazioni e gusti.

E quando arrivano dall'altra parte dell'oceano, cominciano inevitabilmente a cambiare.

Nel caso del churro, il risultato è particolarmente riuscito: una tecnica europea di impasto e frittura incontrò ingredienti e tradizioni americane, si adattò alla cultura dello street food e finì per diventare uno dei dolci più riconoscibili del Messico.

La cosa più interessante, alla fine, non è stabilire se il churro sia spagnolo o messicano.

È capire che può essere entrambe le cose, in momenti diversi della sua storia.



Cesio Endrizzi


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Come riconoscere un vero cannolo siciliano da una versione americanizzata

 


Il cannolo è uno di quei dolci che sembrano semplicissimi finché non si prova a capire che cosa lo renda veramente un cannolo siciliano.

Un tubo di pasta fritta ripieno di ricotta e decorato alle estremità: tutto qui.

Eppure proprio questa apparente semplicità rende il confronto fra il cannolo siciliano e alcune versioni americane particolarmente interessante. Negli Stati Uniti il cannolo è diventato uno dei simboli della cucina italo-americana, ma nel viaggio dall'isola alla pasticceria americana ha subito numerose trasformazioni.

La prima regola, tuttavia, è evitare un errore: non esiste un unico cannolo “autentico” immutabile.

In Sicilia esistono differenze regionali, familiari e di pasticceria. Cambiano le proporzioni dell'impasto, il tipo di grasso utilizzato per la frittura, la consistenza della ricotta e le decorazioni. Anche la presenza di cioccolato o canditi può variare.

Esiste però una struttura tradizionale riconoscibile.

E quella struttura comincia dal guscio.

Il guscio

Il cannolo siciliano tradizionale è costruito attorno a una scorza di pasta fritta, generalmente preparata con farina, zucchero, grasso, un ingrediente liquido e un componente acido o aromatico, spesso vino Marsala o altro vino, a seconda della ricetta.

La pasta viene stesa molto sottile, avvolta intorno a un apposito cilindro e fritta.

Il risultato deve essere croccante, friabile e pieno di piccole bolle.

Quelle irregolarità sulla superficie non sono un difetto. Sono parte della struttura caratteristica del guscio.

La tonalità può variare dal dorato al bruno più intenso. Una scorza completamente liscia e uniforme non è necessariamente falsa, ma dovrebbe almeno essere sufficientemente sottile e croccante da produrre un netto contrasto con il ripieno.

Tradizionalmente, in alcune ricette siciliane si utilizza lo strutto per la frittura, mentre oggi sono presenti anche versioni preparate con oli vegetali. Perciò non sarebbe corretto stabilire l'autenticità esclusivamente sulla base del grasso utilizzato.

La cosa veramente importante è il risultato.

Il guscio deve essere asciutto e croccante, non unto e molle.

E qui arriva uno degli indizi più utili quando si è al ristorante.

Quando viene riempito?

Un cannolo ben fatto non dovrebbe rimanere per ore con la ricotta all'interno.

Il motivo è semplice: l'umidità del ripieno migra progressivamente verso la scorza.

Una scorza che al momento della frittura è croccantissima può diventare molle dopo essere rimasta a lungo a contatto con una crema umida.

Per questo molte pasticcerie preparano i gusci in anticipo e li conservano separatamente dal ripieno, riempiendoli soltanto quando il cliente ordina il cannolo.

Questo non significa che un cannolo già riempito sia automaticamente “americano”.

Significa semplicemente che, dal punto di vista della consistenza, riempire il guscio poco prima del consumo permette di preservare meglio una delle caratteristiche fondamentali del dolce.

Se entriamo in una pasticceria e vediamo una grande quantità di gusci vuoti pronti per essere farciti, quindi, non abbiamo scoperto un codice segreto di autenticità. Abbiamo semplicemente trovato un sistema molto efficace per proteggere la consistenza del prodotto.

La ricotta

Il cuore del cannolo è la ricotta.

Nella tradizione siciliana la ricotta di pecora occupa un posto fondamentale. È più aromatica e caratterizzata rispetto a una ricotta vaccina molto delicata e può conferire al ripieno una nota leggermente acidula e lattica che rimane immediatamente riconoscibile.

La ricotta viene setacciata o lavorata fino a ottenere una consistenza più fine e viene generalmente zuccherata.

Questo è importante perché il cannolo tradizionale non ha bisogno di trasformare il ripieno in una mousse.

Il contrasto è precisamente questo: guscio croccante, ricotta densa e cremosa.

Una versione estremamente soffice, montata e simile a una crema da pasticceria può essere buonissima, ma si allontana dalla struttura più tradizionale.

Anche qui, però, bisogna evitare generalizzazioni.

Negli Stati Uniti esistono pasticcerie italo-americane che preparano cannoli eccellenti e utilizzano ricette molto vicine alla tradizione siciliana. Al contrario, un cannolo venduto in Italia può essere mediocre.

La nazionalità del pasticcere non garantisce la qualità.

E il cioccolato?

Questo è probabilmente il segnale che gli americani riconoscono più facilmente.

Il cannolo può contenere cioccolato. Piccole scaglie o gocce di cioccolato possono essere presenti nel ripieno anche in preparazioni tradizionali.

Il problema nasce quando il cioccolato diventa l'elemento dominante.

Un cannolo siciliano classico non ha bisogno di essere ricoperto di cioccolato alle estremità come se fosse una barretta.

Le estremità vengono tradizionalmente decorate con ingredienti come pistacchi tritati, scorza d'arancia candita o ciliegia candita. Le combinazioni possono naturalmente cambiare.

La decorazione dovrebbe completare la ricotta, non nasconderla.

Questo è un principio interessante anche al di fuori del cannolo.

Quando un prodotto tradizionale viene adattato a un nuovo mercato, spesso vengono accentuati gli ingredienti che il nuovo pubblico riconosce immediatamente.

Il cioccolato è un esempio perfetto.

È familiare, intenso, dolce e visivamente evidente. Una manciata di gocce di cioccolato rende immediatamente riconoscibile il dessert anche a chi non conosce la tradizione siciliana.

Ma questo non significa che ogni cannolo americano ricoperto di cioccolato sia un falso cannolo.

È semplicemente una variante.

Il problema dell'autenticità

Ed è qui che la parola “autentico” diventa complicata.

Il cannolo è un prodotto con una storia molto lunga e non completamente riconducibile a una singola ricetta moderna. La tradizione siciliana lo ha trasformato in uno dei propri dolci più rappresentativi, ma anche all'interno della Sicilia esistono differenze.

Il cannolo è inoltre un prodotto che ha viaggiato con gli emigranti.

Quando i siciliani arrivarono negli Stati Uniti, portarono con sé non soltanto la lingua e le tradizioni familiari, ma anche il modo di mangiare e preparare determinati alimenti.

Negli Stati Uniti queste ricette entrarono in contatto con ingredienti diversi, gusti diversi e un sistema commerciale diverso.

La ricotta di pecora non era sempre facile da reperire.

La ricotta vaccina poteva essere più economica o semplicemente più disponibile.

Le porzioni potevano diventare più grandi.

Le decorazioni potevano diventare più abbondanti.

Il cioccolato poteva assumere un ruolo maggiore.

E così nacque una versione italo-americana del cannolo che, pur discostandosi dalla tradizione siciliana, divenne a sua volta una tradizione.

Questo è un passaggio fondamentale.

Non tutto ciò che è cambiato è necessariamente un errore.

La cucina degli emigranti non è un museo.

È una cucina che si adatta alla disponibilità degli ingredienti e al pubblico che deve nutrire.

Per questo il cannolo americano può essere considerato una reinterpretazione del cannolo siciliano, proprio come molti altri piatti della cucina italo-americana sono diventati preparazioni autonome.

Quindi, come riconoscerlo?

Se siete in una pasticceria o in un ristorante e volete capire che tipo di cannolo state per mangiare, osservate innanzitutto il guscio.

Deve essere croccante e friabile, non gommoso.

Guardate poi il ripieno.

La ricotta dovrebbe essere chiaramente riconoscibile e avere una consistenza densa e cremosa. La ricotta di pecora è particolarmente caratteristica della tradizione siciliana, ma la sua assenza non permette da sola di dichiarare un cannolo “falso”.

Controllate quindi la decorazione.

Pistacchio, arancia candita, ciliegia candita e piccole quantità di cioccolato sono tutte possibilità compatibili con la tradizione. Una quantità enorme di cioccolato può invece indicare una reinterpretazione più americana o commerciale, ma non costituisce da sola una prova.

Infine, osservate quanto tempo il cannolo sembra essere rimasto farcito.

Se il guscio è ancora straordinariamente croccante e la ricotta è fresca, è un buon segnale dal punto di vista tecnico.

Se invece il guscio è diventato morbido e la crema sembra averlo impregnato, il problema non è necessariamente l'origine geografica del dolce.

È semplicemente un cannolo che ha aspettato troppo.

Ed è forse questa la caratteristica più importante di tutte.

Un buon cannolo non deve convincervi della propria nazionalità.

Deve convincervi della propria qualità.

Quando mordete la scorza, dovreste sentire immediatamente il contrasto fra il guscio friabile e la ricotta. Il ripieno dovrebbe avere un sapore lattico riconoscibile, non essere soltanto zucchero e aromi. La decorazione dovrebbe aggiungere profumo, acidità, croccantezza o colore senza trasformare il dolce in qualcosa di completamente diverso.

Il vero segreto, quindi, non è contare le gocce di cioccolato.

È ascoltare il morso.

Se il guscio fa crack, la ricotta rimane cremosa e i due elementi si incontrano nello stesso boccone, il cannolo sta facendo esattamente ciò per cui è stato concepito.

E in quel momento la domanda “italiano o americano?” diventa quasi secondaria.

Perché una buona ricetta può attraversare un oceano, cambiare qualche ingrediente, adattarsi a un'altra cultura e continuare a raccontare la propria origine.

La cucina degli immigrati funziona proprio così: non conserva semplicemente il passato.

Lo trasporta.

E qualche volta, dopo aver attraversato migliaia di chilometri, gli permette di diventare qualcosa di nuovo.


Cesio Endrizzi


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Perché in America il baklava è diventato un simbolo della cucina greca?

 


Se chiedete a un americano che cosa sia il baklava, è molto probabile che la risposta sia immediata: un dolce greco.

Ed è comprensibile.

Per generazioni di americani, infatti, il primo incontro con il baklava non è avvenuto in una pasticceria turca, ottomana o mediorientale, ma in un ristorante greco. La teglia di sfoglie sottilissime, frutta secca e sciroppo dolce è diventata una presenza familiare nei menu e nelle vetrine delle attività greco-americane.

Il problema è che la storia del baklava è molto più complicata della sua etichetta americana.

La forma moderna del dolce è strettamente associata alla tradizione ottomana e alle cucine dell'Impero ottomano, soprattutto a Istanbul, dove le cucine del palazzo imperiale raggiunsero livelli straordinari di specializzazione. Ma parlare del baklava come se fosse stato semplicemente “inventato dai turchi” sarebbe a sua volta una semplificazione.

Le preparazioni costituite da sottili strati di pasta, frutta secca e dolcificanti hanno una storia molto più antica e geografica­mente estesa. Le cucine del Mediterraneo orientale, dell'Anatolia, del Medio Oriente e dei Balcani svilupparono numerose preparazioni imparentate fra loro. La trasformazione di queste tradizioni in quello che oggi chiamiamo baklava avvenne attraverso secoli di scambi culinari.

L'Impero ottomano ebbe però un ruolo fondamentale nella sua evoluzione e diffusione.

Nel mondo ottomano il baklava divenne un prodotto elaborato, legato anche alla cucina di corte. Le sfoglie di pasta, oggi associate alla yufka o alla pasta fillo, potevano essere stratificate con grande precisione e alternate a pistacchi, noci o altre varietà di frutta secca. Lo sciroppo completava il dolce.

Istanbul divenne così uno dei grandi centri della cultura del baklava.

Ma la storia americana è un'altra storia.

Per capire perché il baklava sia diventato “greco” negli Stati Uniti bisogna guardare alla storia dell'immigrazione.

Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, una consistente immigrazione greca raggiunse gli Stati Uniti. Molti immigrati si inserirono nel settore della ristorazione, in particolare attraverso attività relativamente piccole e familiari.

Il fenomeno non riguardò soltanto ristoranti eleganti.

C'erano caffè, diner, lunchroom, tavole calde, chioschi e attività commerciali nelle quali la cucina diventava contemporaneamente una fonte di reddito e uno strumento per mantenere una continuità culturale.

E qui avvenne qualcosa di fondamentale.

Un ristorante greco negli Stati Uniti non doveva necessariamente servire esclusivamente cucina greca.

Per sopravvivere commercialmente poteva offrire hamburger, uova, sandwich, patatine, caffè e altri alimenti perfettamente familiari alla clientela americana. Accanto a questi potevano comparire piatti e dolci provenienti dalla tradizione del proprietario.

Il baklava era ideale per questo sistema.

Non richiedeva al cliente di imparare una cucina completamente nuova. Era un dolce immediatamente comprensibile: pasta croccante, frutta secca, burro e sciroppo.

Il ristoratore poteva quindi inserirlo nel menu come specialità greca senza che il cliente dovesse conoscere la complessa storia ottomana del prodotto.

Ed è qui che nasce una distinzione fondamentale fra origine di una preparazione e identità culturale attraverso la quale quella preparazione viene conosciuta.

Per un americano che negli anni Cinquanta entrava in un ristorante greco e vedeva una teglia di baklava nella vetrina dei dessert, il collegamento era perfettamente logico:

ristorante greco → proprietario greco → dolce servito come specialità greca → baklava greco.

Il cliente non aveva alcun motivo per ricostruire quattro secoli di storia ottomana.

La stessa cosa è accaduta moltissime volte nella storia della cucina americana.

Gli Stati Uniti non hanno semplicemente importato ricette. Hanno importato comunità, e queste comunità sono diventate il filtro attraverso cui il pubblico americano ha conosciuto determinati alimenti.

Se la comunità che rende popolare un piatto appartiene a una determinata tradizione nazionale, il pubblico tende naturalmente ad associare quel piatto a quella tradizione.

Questo è particolarmente evidente nel caso della cucina greco-americana.

La Grecia moderna possiede naturalmente una propria tradizione culinaria e ha avuto per secoli rapporti profondissimi con le cucine dell'Impero ottomano e del Mediterraneo orientale. La dominazione ottomana durò per diversi secoli in molte regioni del territorio greco moderno, anche se la durata e le condizioni variarono enormemente da una zona all'altra.

Di conseguenza, ingredienti, tecniche e preparazioni attraversarono continuamente i confini politici.

La cucina non rispettava le frontiere.

È quindi perfettamente possibile che un alimento abbia una storia ottomana e sia contemporaneamente diventato parte della tradizione culinaria greca.

Queste due affermazioni non si contraddicono.

Un piatto può essere adottato, modificato e reinterpretato da una cultura fino a diventare completamente integrato nella sua identità gastronomica.

Il baklava greco, inoltre, non è necessariamente identico al baklava turco.

Le ricette cambiano.

Cambiano la frutta secca utilizzata, la quantità di sciroppo, gli aromi, lo spessore degli strati e le proporzioni degli ingredienti. Alcune versioni sono più asciutte, altre molto più impregnate di sciroppo. Alcune privilegiano i pistacchi, altre le noci.

Non esiste quindi un singolo “baklava originale” immutabile che tutte le altre versioni avrebbero semplicemente copiato.

Esistono invece famiglie di preparazioni che si sono sviluppate attraverso una lunga storia di contatti.

E gli Stati Uniti hanno aggiunto un altro capitolo.

L'immigrazione turca negli Stati Uniti ebbe caratteristiche e dimensioni differenti rispetto a quella greca e, soprattutto nella prima metà del XX secolo, non produsse una rete di ristorazione turca paragonabile per diffusione a quella greco-americana.

Questo ebbe una conseguenza culturale molto semplice.

Se il pubblico americano incontra un alimento attraverso cento ristoranti greci e soltanto raramente attraverso un ristorante turco, l'associazione mentale sarà inevitabilmente influenzata dalla prima esperienza.

Non serve alcuna campagna organizzata.

Non serve che qualcuno decida deliberatamente di cambiare l'origine di un alimento.

È sufficiente che una comunità sia presente sul territorio, apra attività commerciali e renda un determinato prodotto familiare a milioni di persone.

A quel punto l'associazione diventa parte della cultura popolare.

Questo meccanismo spiega anche perché parlare di “cucina nazionale” sia spesso più complicato di quanto sembri.

Le cucine nazionali sono relativamente recenti rispetto alla storia degli alimenti.

Molti piatti che oggi consideriamo italiani, francesi, greci, turchi, tedeschi o spagnoli sono il risultato di secoli di migrazioni, conquiste, commerci e scambi fra popolazioni.

Il baklava è un esempio quasi perfetto.

La sua storia attraversa Anatolia, Mediterraneo orientale, Balcani, Medio Oriente e mondo ottomano. La Grecia lo ha incorporato nella propria tradizione culinaria. La Turchia ne ha sviluppato alcune delle versioni più celebri. Altri Paesi hanno elaborato le proprie varianti.

E poi gli Stati Uniti hanno fatto qualcosa di completamente diverso: hanno associato il dolce soprattutto alla comunità greco-americana che lo vendeva.

Quindi, quando un americano dice “baklava greco”, non sta necessariamente descrivendo l'intera storia del dolce.

Sta descrivendo la storia attraverso la quale il dolce è entrato nella sua esperienza culturale.

È una distinzione importante.

Dire che il baklava è associato alla cucina greca negli Stati Uniti non significa automaticamente sostenere che sia nato nell'antica Grecia. Allo stesso modo, riconoscere il ruolo decisivo della tradizione ottomana non significa cancellare il posto che il baklava occupa da molto tempo nella cucina greca.

La gastronomia funziona raramente come un certificato di nascita.

Funziona più spesso come una genealogia.

Una ricetta viaggia, cambia, viene adottata, diventa familiare in un altro Paese e infine assume un'identità nuova. Dopo qualche generazione, quella nuova identità può diventare così forte che le persone dimenticano completamente il viaggio che l'ha preceduta.

Il baklava americano è quindi un piccolo esempio di un fenomeno enorme: un alimento può avere un'origine storica complessa, una patria culinaria contesa e, contemporaneamente, un'identità culturale perfettamente autentica nel luogo in cui è stato adottato.

La domanda interessante non è soltanto “di chi è il baklava?”.

È capire come una ricetta attraversa il mondo e, ogni volta che attraversa una frontiera, diventa un po' diversa.

E in America, per milioni di persone, quel viaggio è passato attraverso una vetrina di un ristorante greco.



Cesio Endrizzi


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Francia o Germania: quale paese prepara i migliori dolci?

Chiedere se Francia o Germania producano le migliori torte, i migliori pasticcini e i migliori dessert significa entrare immediatamente in un territorio nel quale il gusto personale rischia di essere scambiato per una verità universale.

La domanda, però, è interessante perché Francia e Germania possiedono entrambe tradizioni dolciarie straordinariamente ricche, ma costruite secondo filosofie in parte differenti.

La pasticceria francese è famosa per la precisione tecnica, la laminazione, le creme, le mousse, il cioccolato, la frutta e una presentazione spesso estremamente elaborata. La tradizione tedesca, insieme a quella austriaca e mitteleuropea, ha invece sviluppato una straordinaria cultura delle Konditoreien: luoghi nei quali torte, crostate, lievitati e prodotti alla crema vengono consumati spesso durante il pomeriggio, accompagnati da caffè o tè.

Non significa che i francesi mangino soltanto dessert sofisticati e i tedeschi soltanto torte rustiche. Le due tradizioni sono molto più complesse. Ma la distinzione aiuta a capire perché una mille-feuille francese e una Schwarzwälder Kirschtorte tedesca possano appartenere allo stesso universo della pasticceria senza assomigliarsi quasi per nulla.

La storia della grande pasticceria francese è strettamente legata allo sviluppo della cucina professionale e dell'alta gastronomia. Nel XVII secolo François Pierre de La Varenne pubblicò Le Cuisinier François, un'opera fondamentale nella storia della cucina francese. Non era un pasticcere nel senso moderno del termine e non avrebbe senso attribuirgli da solo la nascita della moderna pasticceria francese, ma il suo lavoro rappresenta una tappa importante nella trasformazione della cucina europea verso tecniche e principi più vicini alla gastronomia moderna.

Nei secoli successivi la Francia sviluppò un sistema professionale nel quale cucina e pasticceria raggiunsero livelli di specializzazione sempre maggiori. Nel XIX secolo figure come Antonin Carême contribuirono enormemente alla codificazione della grande pasticceria e dell'alta cucina. Più tardi, nel XX secolo, la scuola francese sarebbe diventata un riferimento internazionale per tecniche come la laminazione, la lavorazione dello zucchero, il cioccolato, le creme e le mousse.

La Germania seguì un percorso differente.

La cultura delle Konditoreien si sviluppò in una vasta area mitteleuropea nella quale le tradizioni tedesche, austriache, boeme e altre tradizioni regionali si influenzarono reciprocamente. La torta non era necessariamente concepita soltanto come conclusione di un grande pasto. Poteva essere il centro di un momento sociale autonomo: il famoso Kaffee und Kuchen, caffè e torta.

Questo contribuisce a spiegare la straordinaria varietà della pasticceria tedesca.



Prendiamo la Schwarzwälder Kirschtorte, la celebre Foresta Nera. Pan di Spagna al cioccolato, ciliegie, panna montata e Kirsch, il distillato di ciliegie tipico della tradizione della Foresta Nera, vengono combinati in una torta nella quale il contrasto fra cacao, frutta, alcol e panna è parte essenziale dell'identità del dolce.

Non è semplicemente una torta al cioccolato.

Il Kirsch cambia completamente il risultato, introducendo una componente aromatica e alcolica che bilancia la dolcezza della panna e la profondità del cacao.


Poi c'è la Bienenstich, letteralmente “puntura d'ape”.

È una torta lievitata ricoperta da uno strato di mandorle e miele che durante la cottura diventa caramellato e croccante. All'interno può contenere crema pasticcera o una crema al burro, a seconda della versione.

Ed è proprio confrontando una Bienenstich con una torta francese che ci si accorge di quanto sia difficile stabilire quale tradizione sia “migliore”.

La Bienenstich punta sul contrasto fra pasta lievitata, crema e copertura croccante di mandorle caramellate.


Una tarte tropézienne, invece, utilizza una brioche morbida tagliata orizzontalmente e farcita con una crema ricca, nella versione moderna generalmente associata a Saint-Tropez.

La storia della tarte tropézienne è relativamente recente. Alexandre Micka, pasticcere di origine polacca, la rese celebre a Saint-Tropez negli anni Cinquanta. La preparazione divenne particolarmente famosa dopo essere stata associata alla produzione del film Et Dieu… créa la femme, con Brigitte Bardot.

La torta che conosciamo oggi è quindi il risultato di una storia molto più moderna rispetto alle grandi tradizioni mitteleuropee.

E qui compare una delle questioni più interessanti: la somiglianza con la Bienenstich.

Entrambe possono presentare una base lievitata, una farcitura cremosa e una superficie dolce. Ma la somiglianza non significa necessariamente che una sia una copia dell'altra.

La cucina europea è piena di preparazioni che si sono sviluppate attraverso contaminazioni, migrazioni, scambi commerciali e reinterpretazioni. Le ricette non rispettano i confini politici moderni.

Attribuire con certezza una linea diretta dalla torta tedesca alla tarte tropézienne richiederebbe però prove documentarie specifiche. L'affermazione secondo cui Micka avrebbe semplicemente copiato la Bienenstich e l'avrebbe trasformata in una versione francese non può essere considerata un fatto storico sulla base della sola somiglianza degli ingredienti.

Ed è proprio questo uno dei problemi dei confronti gastronomici nazionali: tendiamo a trasformare una ricetta in una proprietà nazionale assoluta.

In realtà la storia della pasticceria europea è molto più interessante.


Prendiamo la millefoglie.

La combinazione di pasta sfoglia e crema appartiene a una tradizione europea molto ampia e ha numerose varianti. La versione francese, mille-feuille, è diventata una delle preparazioni simbolo della pasticceria francese: strati sottilissimi e croccanti di sfoglia alternati a crema, spesso con una glassatura sulla superficie.

La difficoltà tecnica è enorme.

La sfoglia deve sviluppare strati regolari senza diventare eccessivamente dura. La crema deve essere sufficientemente stabile da sostenere il peso degli strati superiori, ma abbastanza morbida da sciogliersi in bocca. La superficie deve essere dolce senza rendere il dessert stucchevole.

È una filosofia diversa da quella della Bienenstich.

La Bienenstich non cerca di produrre centinaia di sottilissimi strati di sfoglia. Cerca piuttosto un contrasto fra la morbidezza dell'impasto, la crema e la copertura croccante di mandorle, miele e zucchero.

Nessuna delle due tecniche è intrinsecamente superiore.

Sono risposte differenti alla stessa domanda: come combinare grassi, zuccheri, farine, creme, frutta, frutta secca e aromi per ottenere qualcosa di piacevole da mangiare?

Anche il rapporto con il cioccolato mostra una differenza interessante.

La pasticceria francese ha sviluppato un repertorio straordinariamente sofisticato di entremets, ganache, mousse e dessert al cioccolato. Ma anche la tradizione tedesca non è affatto estranea al cioccolato: la Foresta Nera ne è soltanto uno degli esempi più famosi.

E lo stesso vale per la frutta secca.

Mandorle, nocciole, noci e semi sono fondamentali in moltissimi dolci dell'Europa centrale, mentre la pasticceria francese li ha trasformati in elementi fondamentali di preparazioni come macarons, praliné, dacquoise e numerose torte moderne.

Alla fine, quindi, la domanda “chi prepara i dolci migliori?” non ha una risposta gastronomicamente misurabile.

Il gusto non funziona come un campionato di atletica.

Si possono invece confrontare tecniche, ingredienti, storia, struttura e funzione sociale dei dolci.

La Francia ha sviluppato una tradizione nella quale la precisione tecnica, la presentazione e la costruzione di consistenze diverse sono diventate elementi centrali della pasticceria professionale.

La Germania e il mondo mitteleuropeo hanno sviluppato una cultura straordinaria della torta, del lievitato, della frutta, della frutta secca, delle creme e dell'accompagnamento con caffè e tè.

E quando si attraversano i confini, le differenze diventano ancora meno nette.

Austria, Germania, Francia, Svizzera, Italia, Boemia e altre regioni europee hanno passato secoli a scambiarsi ingredienti, tecniche e ricette.

Una torta può nascere in un Paese, essere perfezionata da un pasticcere proveniente da un altro, utilizzare ingredienti importati da un terzo e diventare famosa grazie a un quarto.

È questa, probabilmente, la vera caratteristica della pasticceria europea.

Non è una collezione di cucine isolate.

È una rete.

E forse è anche per questo che il confronto fra una millefoglie francese, una Foresta Nera tedesca, una Bienenstich e una tarte tropézienne è più interessante quando smette di essere una gara nazionale.

Perché a quel punto non dobbiamo più decidere quale Paese abbia vinto.

Possiamo finalmente mangiare le torte.

Cesio Endrizzi


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Come si mangia una fetta di torta alla crema senza far uscire tutta la crema?

 



Ci sono dolci che sembrano essere stati progettati da qualcuno che non li ha mai mangiati.

La fetta di torta alla crema è uno di questi.

La guardi sul piatto: due sottili strati di pasta sfoglia, in mezzo una generosa quantità di crema pasticcera, magari una superficie spolverata di zucchero a velo. Tutto sembra perfettamente ordinato.

Poi arriva la forchetta.

Oppure, peggio ancora, i denti.

Appena eserciti una pressione sulla parte superiore, la sfoglia si spezza, la crema cerca disperatamente una via di fuga e in pochi secondi quello che sembrava un elegante dessert diventa una massa di crema sul piatto.

La domanda, quindi, è legittima: come si dovrebbe mangiare?

La risposta breve è: con una forchetta da dessert, procedendo lateralmente e dall'esterno verso l'interno, senza cercare di schiacciare l'intera fetta dall'alto.

Ma per capire perché, bisogna prima capire che dolce abbiamo davanti.

Una delle versioni più note è la cremeschnitte, diffusa nell'Europa centrale e nei Balcani, con varianti locali presenti in Austria, Slovenia, Croazia, Serbia e altri Paesi. Il nome deriva sostanzialmente dall'idea di una "fetta di crema". La preparazione appartiene alla grande famiglia dei dolci composti da pasta sfoglia e crema pasticcera.

Non esiste però una singola ricetta universale.

In alcune versioni gli strati di sfoglia sono molto sottili e croccanti; in altre la crema è particolarmente alta e compatta. Alcune utilizzano una copertura di zucchero a velo, altre una glassa. Esistono anche versioni in cui la crema viene stabilizzata con ingredienti che le permettono di mantenere una forma più netta.

Ed è proprio qui che nasce il problema.

La crema pasticcera è morbida. La sfoglia è fragile. Il coltello o la forchetta esercitano pressione. Tre materiali con caratteristiche completamente diverse vengono costretti a rimanere insieme.

Non è esattamente una struttura architettonica destinata alla stabilità.

Il primo errore è quindi cercare di mangiare la fetta come si mangerebbe una fetta di torta tradizionale.

Se si infilano i denti verticalmente nella parte superiore, la pressione viene trasmessa verso il basso. La sfoglia superiore può rompersi prima che la crema abbia avuto il tempo di opporre una resistenza uniforme. La crema, non essendo solida, viene spinta lateralmente.

E la fisica fa il resto.

Il secondo errore è tentare di tagliare tutta la fetta con un unico movimento verticale. Se la sfoglia superiore è molto croccante, può frantumarsi; se è troppo resistente, può trascinare con sé la crema; se la crema è molto morbida, può semplicemente essere espulsa dai lati.

La soluzione più pratica è usare una forchetta da dessert.

Non bisogna necessariamente infilzarla verticalmente al centro della fetta. È più efficace cominciare da un bordo e separare una piccola porzione.

La forchetta può essere utilizzata per tagliare progressivamente la sfoglia e contemporaneamente sostenere la crema. Invece di comprimere l'intero dolce, si riduce la quantità di struttura che deve essere attraversata a ogni boccone.

In altre parole: non bisogna cercare di vincere contro la fetta intera.

Bisogna smontarla diplomaticamente.

Una tecnica particolarmente efficace consiste nel prendere una piccola porzione dall'estremità della fetta, facendo passare la forchetta attraverso gli strati con una pressione moderata. Se la sfoglia è molto croccante, può essere necessario usare il bordo della forchetta come una piccola lama, con movimenti brevi anziché con una pressione verticale continua.

Una volta separato il boccone, lo si raccoglie con la forchetta cercando di mantenere insieme sfoglia e crema.

Questo è importante perché il boccone ideale non dovrebbe essere costituito soltanto da crema.

La ragione per cui questi dolci sono piacevoli è proprio il contrasto fra croccantezza e morbidezza. La sfoglia porta burro, tostatura e friabilità; la crema porta umidità, dolcezza e consistenza vellutata.

Mangiare prima tutta la sfoglia e poi tutta la crema significa perdere buona parte dell'esperienza.

C'è poi un altro dettaglio interessante: la temperatura.

Una fetta di crema appena preparata può essere più difficile da gestire perché la crema potrebbe non essersi ancora stabilizzata completamente. Dopo un adeguato riposo in frigorifero, invece, la crema mantiene meglio la propria struttura.

Questo non significa che bisogna mangiare il dolce gelato. La temperatura influenza anche aroma e consistenza. Ma una crema sufficientemente fredda e stabilizzata tende a comportarsi molto meglio sotto la pressione della forchetta.

E qui arriviamo a una questione che spesso viene trascurata: se la crema esce immediatamente da tutti i lati, potrebbe non essere soltanto colpa del commensale.

Un dolce di questo tipo deve essere costruito correttamente.

La crema deve avere una consistenza abbastanza sostenuta da poter essere tagliata. La sfoglia deve essere cotta in modo uniforme. Gli strati devono essere sufficientemente resistenti da mantenere la struttura senza diventare duri.

Se la crema è troppo liquida, qualsiasi tecnica diventa una battaglia persa.

Se invece la crema è troppo gelatinosa, il dolce può risultare compatto e poco piacevole.

La buona cremeschnitte sta quindi in un equilibrio piuttosto preciso.

La versione classica è generalmente composta da pasta sfoglia e crema pasticcera. La crema viene preparata con latte, tuorli, zucchero e amido, spesso aromatizzata con vaniglia. La miscela viene cotta fino a raggiungere la consistenza necessaria e poi raffreddata. La sfoglia viene cotta separatamente fino a diventare ben dorata e croccante.

Una volta assemblato, il dolce deve riposare affinché gli strati possano stabilizzarsi.

Ed è proprio questa stabilità che permette di portarlo dal frigorifero al piatto senza che si trasformi immediatamente in una colata di crema.

Naturalmente esiste anche una questione di galateo.

In un contesto formale, una fetta di questo genere non è certamente destinata a essere presa con le mani e addentata come un panino. La forchetta da dessert è lo strumento naturale. In alcune situazioni può essere utile anche un coltello da dessert, soprattutto se la sfoglia è particolarmente resistente.

Ma non esiste una legge universale secondo cui bisogna necessariamente mangiarla secondo un rituale complicato.

La regola fondamentale è molto più semplice: porzioni piccole, pressione controllata e nessun tentativo di schiacciare l'intera fetta contemporaneamente.

È anche perfettamente accettabile lasciare che qualche briciola cada sul piatto.

Quello che non è particolarmente elegante è inseguire la crema con la forchetta mentre scivola da una parte all'altra del piatto.

Se il dolce è molto alto, si può procedere ancora più lentamente. Si prende una piccola porzione dalla parte anteriore, si mantiene insieme con la forchetta e si continua progressivamente verso il centro.

In questo modo la fetta perde altezza poco alla volta invece di collassare tutta insieme.

E c'è un piccolo trucco che vale anche per molti altri dolci stratificati: non combattere la struttura, assecondala.

Una millefoglie, una cremeschnitte o una torta a più strati non devono essere necessariamente trattate come una normale fetta di pan di Spagna. Sono costruzioni composte da materiali diversi. La tecnica migliore consiste nel separare progressivamente gli strati e ricomporli nel boccone.

È quasi una questione di ingegneria alimentare.

E forse questa è la parte più divertente della domanda iniziale.

Il fatto che possiamo acquistare una fetta di torta alla crema in una pasticceria non significa che qualcuno abbia necessariamente previsto una tecnica segreta che tutti conoscono tranne noi. Significa semplicemente che, come accade con moltissimi altri cibi, abbiamo sviluppato utensili e abitudini per gestire consistenze diverse.

La forchetta da dessert non è soltanto una versione piccola della forchetta normale.

È lo strumento che consente di prendere una porzione controllata di un alimento delicato senza distruggerlo.

Quindi, la prossima volta che vi trovate davanti a una cremeschnitte, non cercate di morderla come se fosse un panino.

Non schiacciatela dall'alto.

Non provate a tagliarla in due come se fosse una bistecca.

Prendete una forchetta da dessert, cominciate dal bordo, procedete con piccoli movimenti e fate in modo che ogni boccone contenga un po' di sfoglia e un po' di crema.

E se alla fine rimane una piccola quantità di crema sul piatto?

Nessun dramma.

Probabilmente è semplicemente il prezzo da pagare per aver costruito un dessert che, per quanto riguarda la meccanica, ha scelto deliberatamente di essere più complicato di quanto fosse necessario.

Cesio Endrizzi


  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

Quali sono le caratteristiche di un buon croissant francese?

 


Il croissant francese sembra una cosa semplice: farina, burro, acqua o latte, lievito, zucchero e sale. Poi si aggiunge la forma a mezzaluna, si mette tutto in forno e si aspetta. In realtà, dietro un croissant veramente ben fatto c'è una delle tecniche più interessanti della pasticceria europea. Il punto non è soltanto ottenere una pasta sfoglia dolce, ma costruire, attraverso fermentazione e laminazione, una struttura composta da decine di strati sottilissimi di impasto e burro.

E la prima sorpresa è che il croissant non è nato propriamente in Francia.

Le sue origini vengono generalmente ricondotte alla tradizione viennese del kipferl, un prodotto da forno a forma di mezzaluna che esisteva già in Austria. La leggenda secondo cui sarebbe stato creato per celebrare una vittoria austriaca sugli Ottomani è molto diffusa, ma non è considerata una spiegazione storicamente dimostrata. Ciò che è documentato è invece il successivo trasferimento in Francia della tradizione viennese e la sua trasformazione all'interno della boulangerie francese.

Nel XIX secolo il modello viennese venne progressivamente adattato. La vera rivoluzione fu la laminazione con il burro e l'impiego del lievito: non più semplicemente un piccolo pane dolce a forma di mezzaluna, ma una viennoiserie stratificata, leggera e friabile. Da quel momento il croissant divenne sempre più associato alla cultura gastronomica francese, fino a diventare uno dei simboli internazionali della colazione francese.

Ma cosa deve avere, precisamente, un buon croissant?

Prima di tutto, deve avere struttura.

All'esterno la superficie deve essere dorata, uniforme e croccante. Non pallida e molle, ma neppure bruciata. Quando lo si spezza, dovrebbe produrre quella caratteristica successione di piccoli scricchiolii della pasta laminata.

All'interno, invece, deve essere leggero. Il taglio dovrebbe mostrare una trama di alveoli e strati sovrapposti. Un croissant perfetto non è semplicemente vuoto: deve avere una struttura aerata ma sufficientemente elastica da non trasformarsi in briciole al primo morso.

Il secondo elemento fondamentale è il burro. Deve essere chiaramente percepibile nell'aroma, ma senza trasformare il croissant in qualcosa di unto. Se il burro fuoriesce abbondantemente durante la cottura, spesso significa che la laminazione, la temperatura dell'impasto o la lievitazione non sono state gestite correttamente.

Anche la dolcezza deve essere contenuta. Il croissant francese tradizionale non è un dolce estremamente zuccherato. La sua complessità deriva dall'equilibrio fra burro, farina, fermentazione, sale e zucchero. Una superficie leggermente caramellata può dare una nota dolce intensa, mentre l'interno rimane relativamente delicato.

La forma, infine, conta meno di quanto si potrebbe pensare. Esistono croissant più o meno incurvati, più corti o più allungati. In Francia è inoltre comune distinguere visivamente alcuni prodotti in base alla forma e agli ingredienti utilizzati. Ma una bella mezzaluna non può compensare una cattiva laminazione.


La ricetta

Per circa 10-12 croissant servono:

  • 500 g di farina di frumento, preferibilmente adatta a impasti lievitati;

  • 50 g di zucchero;

  • 10 g di sale;

  • 20 g di lievito di birra fresco, oppure circa 7 g di lievito secco;

  • 250 ml di latte freddo o leggermente tiepido;

  • 50 ml di acqua;

  • 40 g di burro morbido per l'impasto;

  • 250 g di burro freddo per la laminazione;

  • 1 uovo per spennellare la superficie.

Le quantità possono essere modificate in funzione della farina e delle condizioni ambientali, soprattutto perché temperatura e umidità influenzano notevolmente questo tipo di impasto.


Preparazione

Si comincia preparando l'impasto.

Sciogliere il lievito nel latte e nell'acqua. In una ciotola mettere la farina, lo zucchero e il sale, evitando che il sale entri direttamente in contatto con il lievito concentrato. Aggiungere quindi i liquidi e cominciare a impastare.

Quando l'impasto comincia a diventare omogeneo, incorporare i 40 grammi di burro morbido. Continuare a lavorare fino a ottenere una massa liscia ed elastica.

Non bisogna necessariamente cercare una lavorazione esasperata. Il vero sviluppo della struttura avverrà anche durante le fasi successive.

Formare un panetto, coprirlo e lasciarlo riposare in frigorifero per alcune ore, idealmente per una notte. La fermentazione lenta sviluppa aromi e rende più semplice lavorare l'impasto.

Nel frattempo bisogna preparare il burro per la laminazione.

I 250 grammi di burro devono essere trasformati in una lastra rettangolare di spessore uniforme. Questo passaggio è fondamentale: il burro deve essere abbastanza freddo da mantenere la propria struttura, ma abbastanza plastico da poter essere steso senza rompersi.

Il giorno seguente stendere l'impasto formando un rettangolo più grande della lastra di burro. Posizionare il burro al centro e richiudere l'impasto intorno ad esso, sigillando bene i bordi.

A questo punto comincia la laminazione.

Stendere delicatamente l'impasto in un lungo rettangolo, quindi effettuare una prima piega a tre. Avvolgere e mettere in frigorifero per circa 30-60 minuti.

Ripetere l'operazione altre una o due volte, rispettando i tempi di riposo.

Questi intervalli non sono tempo perso. Sono parte della ricetta. Se il burro diventa troppo morbido, rischia di incorporarsi nell'impasto invece di formare strati distinti. Se l'impasto diventa troppo duro, può rompersi e compromettere la laminazione.

Dopo l'ultima piega, stendere l'impasto fino a ottenere uno spessore di pochi millimetri. Tagliare dei triangoli lunghi e regolari. Alla base di ogni triangolo praticare eventualmente una piccola incisione centrale, quindi arrotolare partendo dalla base e procedendo verso la punta.

Non bisogna stringere eccessivamente. Il croissant deve avere spazio sufficiente per svilupparsi durante la lievitazione e la cottura.

Disporre i croissant su una teglia rivestita di carta forno e lasciarli lievitare a temperatura ambiente. Questa è una delle fasi più delicate.

Il croissant non deve semplicemente raddoppiare di volume come un pane. Deve diventare visibilmente gonfio e leggero. Se si muove delicatamente la teglia, i croissant ben lievitati tendono quasi a tremolare.

A quel punto spennellarli delicatamente con l'uovo sbattuto.

Cuocerli in forno preriscaldato a circa 190 °C, quindi abbassare leggermente la temperatura se necessario, fino a ottenere una superficie profondamente dorata. I tempi dipendono dal forno e dalle dimensioni, ma generalmente sono necessari circa 15-20 minuti.

Il colore è un indicatore più importante del cronometro: un croissant pallido difficilmente avrà sviluppato tutta la complessità aromatica desiderabile.

Una volta sfornati, lasciarli raffreddare almeno qualche minuto su una griglia.

Ed ecco il momento della verifica.

Prendete il croissant e spezzatelo.

Dovrebbe essere croccante fuori e morbido dentro. Gli strati dovrebbero essere visibili. L'aroma del burro dovrebbe essere evidente. Il centro non dovrebbe essere pesante o gommoso. E soprattutto non dovrebbe esserci quella sensazione di grasso che rimane in bocca.

Se invece il croissant è compatto, pallido e pesante, qualcosa è andato storto. Potrebbe essere stata insufficiente la lievitazione, potrebbe essere stata compromessa la laminazione oppure il forno potrebbe non aver fornito abbastanza calore. Se, al contrario, il burro è fuoriuscito massicciamente durante la cottura, bisogna controllare soprattutto temperatura del burro, lavorazione e tempi di lievitazione.


Come abbinarlo

Il croissant al burro è probabilmente uno dei prodotti che meglio dimostrano quanto possa essere inutile complicare una cosa già riuscita.

L'abbinamento classico è il caffè. In Italia funzionano perfettamente espresso e cappuccino, mentre nella tradizione francese è naturale incontrarlo anche con café au lait o caffè nero.

Il tè è un'altra possibilità eccellente, soprattutto tè nero, Earl Grey o tè leggermente agrumato. L'acidità e i profumi del tè aiutano a bilanciare la ricchezza del burro.

Per una colazione più francese, si può accompagnare con una piccola quantità di confettura di albicocche, fragole o frutti di bosco. La frutta introduce acidità e impedisce che la componente burrosa diventi monotona.

Esiste poi il croissant farcito. Crema pasticcera, cioccolato, mandorle e altri ripieni sono ormai parte della grande famiglia delle viennoiseries, ma bisogna distinguere il croissant al burro tradizionale dal prodotto farcito. Il secondo può essere eccellente, ma la sua valutazione deve tenere conto anche del ripieno.

Per un abbinamento salato, invece, il croissant può accompagnare prosciutto cotto di buona qualità, formaggi freschi o salmone affumicato. In questo caso è preferibile non scegliere ingredienti troppo aggressivi: il croissant deve rimanere riconoscibile.

E c'è anche un abbinamento molto semplice che rimane difficile da battere: croissant appena sfornato, caffè caldo e nessun'altra complicazione.

Perché alla fine la caratteristica più importante di un buon croissant non è la quantità di ingredienti, ma la precisione con cui vengono trattati.

Farina, lievito e burro sono gli stessi elementi che possiamo trovare in moltissimi altri prodotti. La differenza nasce dal modo in cui vengono combinati: fermentazione, riposo, laminazione, temperatura, lievitazione e cottura devono funzionare insieme.

Un buon croissant non dovrebbe quindi essere giudicato soltanto dalla sua forma o dalla quantità di burro dichiarata. Bisogna ascoltarlo quando si spezza, guardarlo quando viene tagliato e soprattutto assaggiarlo.

Se fuori è croccante, dentro è leggero, gli strati sono evidenti, il burro profuma senza ungere e la fermentazione ha sviluppato un gusto complesso ma non aggressivamente dolce, allora quella mezzaluna ha fatto esattamente ciò che doveva fare.

Ed è proprio questa la parte affascinante del croissant: sembra semplice soltanto finché non provi a farne uno davvero buono.



Cesio Endrizzi



  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

BAKLAVA: GRECO O TURCO? LA GUERRA PER UN DOLCE CHE L’IMPERO OTTOMANO HA RESO UNIVERSALE

 



Ci sono guerre che hanno cambiato i confini dell'Europa e guerre che, per fortuna, producono conseguenze molto meno sanguinose. Poi c'è la guerra del baklava: greci e turchi che discutono da decenni su chi possa rivendicare la paternità di uno dei dolci più celebri del Mediterraneo orientale. Il problema è che la domanda “è greco o turco?” parte già con un presupposto sbagliato: che un dolce debba necessariamente avere un solo passaporto.

Il baklava moderno è il risultato di una storia molto più complicata.

Prima ancora che esistesse il baklava nella forma che conosciamo oggi, esistevano preparazioni antiche basate su pane o pasta stratificata, miele, frutta secca e altri ingredienti dolci. Nel mondo greco-romano troviamo preparazioni che hanno caratteristiche sorprendentemente familiari, mentre nelle tradizioni dell'Asia centrale e del mondo turco esistevano pani e impasti sottili, come la yufka, che appartengono a una storia culinaria completamente diversa ma destinata a incontrare quella mediterranea.

Il problema nasce quando qualcuno prende uno di questi antenati e dichiara: “Ecco, questo dimostra che il baklava è stato inventato da noi”.

No. Dimostra che gli esseri umani, in epoche e luoghi differenti, hanno avuto l'idea piuttosto sensata di mettere insieme pasta, grasso, miele o zucchero e frutta secca. Non è esattamente una coincidenza inspiegabile.

La storia diventa molto più interessante quando si arriva all'Impero ottomano.

È nelle cucine imperiali ottomane che il baklava raggiunge quella sofisticazione che riconosciamo oggi: sottilissimi strati di pasta, burro, frutta secca e sciroppo, lavorati secondo tecniche sempre più raffinate. Il Palazzo Topkapi di Istanbul divenne uno dei grandi centri gastronomici dell'impero e le cucine imperiali non erano semplicemente il luogo dove si preparava da mangiare per il sultano. Erano laboratori nei quali confluirono tradizioni provenienti da territori immensi.

E questo è il dettaglio che spesso scompare quando la storia viene trasformata in una gara nazionalistica.

L'Impero ottomano comprendeva popolazioni, religioni, lingue e tradizioni gastronomiche differenti. Greci, armeni, arabi, turchi, ebrei, balcanici e popolazioni del Caucaso vivevano all'interno dello stesso spazio politico e commerciale. Le ricette viaggiavano. Gli ingredienti viaggiavano. I cuochi viaggiavano. Le tecniche venivano prese in prestito, modificate e ricombinate.

La cucina non rispettava i confini come fanno gli atlanti.

Ed è proprio per questo che cercare un singolo “inventore” del baklava è probabilmente meno utile che capire come il dolce sia diventato quello che è.

La questione linguistica è altrettanto rivelatrice. In turco si dice baklava. In greco moderno il termine è μπακλαβάς, traslitterato baklavás. La differenza non significa che i due popoli abbiano inventato due dolci completamente separati. Riflette soprattutto l'adattamento della parola a sistemi linguistici differenti.

E qui conviene correggere una piccola semplificazione molto diffusa: non è esatto dire che il greco “non possiede” il suono B. Il greco moderno può rappresentarlo con μπ, una combinazione di lettere che, a seconda della posizione e della pronuncia, può rendere il suono /b/. Inoltre il greco modifica le parole straniere secondo la propria grammatica, e il termine baklavás presenta la desinenza tipica di un sostantivo maschile al nominativo.

Non è una firma di proprietà. È linguistica.

La stessa cosa accade continuamente nel mondo. Un alimento attraversa una frontiera, il suo nome viene pronunciato da persone che parlano un'altra lingua e la parola cambia. Dopo qualche generazione, qualcuno può persino convincersi che la differenza ortografica dimostri un'origine completamente diversa.

Il baklava, invece, racconta esattamente il contrario: quanto siano permeabili le culture gastronomiche.

E naturalmente oggi esistono differenze regionali molto nette.

Il baklava di Gaziantep, in Turchia, è celebre soprattutto per l'uso dei pistacchi e per una struttura estremamente sottile e croccante. La tradizione greca presenta invece numerose versioni nelle quali compaiono noci e aromi come cannella e chiodi di garofano, con sciroppi caratterizzati da profili differenti. Ma anche qui bisogna evitare un'altra trappola: non esiste una ricetta turca unica e immutabile contrapposta a una ricetta greca altrettanto monolitica.

Esistono famiglie di preparazioni, tradizioni regionali, variazioni locali e tecniche differenti.

Del resto, basta attraversare una frontiera per accorgersi che la cucina non cambia improvvisamente come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Le persone continuano a cucinare ciò che hanno sempre cucinato, soltanto con ingredienti, nomi e tecniche che si modificano lentamente.

Il baklava è quindi greco?

Sì, nel senso che fa parte della tradizione gastronomica greca da moltissimo tempo.

È turco?

Sì, nel senso che la forma moderna del dolce è profondamente legata alla tradizione ottomana e alla cultura gastronomica turca, e che la parola stessa baklava è di origine turca o ottomana secondo la storia linguistica generalmente accettata.

Ma se la domanda è “chi l'ha inventato per primo?”, la risposta più onesta è molto meno soddisfacente per chi vorrebbe una bandiera da piantare sopra una teglia: non lo sappiamo con la certezza necessaria per assegnare un certificato di proprietà nazionale.

E probabilmente non dovremmo nemmeno aspettarcelo.

La storia della cucina non funziona come quella di un brevetto. Non c'è necessariamente un giorno preciso nel quale un cuoco sconosciuto abbia sollevato una sfoglia, aggiunto pistacchi e gridato: “Ho appena inventato il baklava!”. Le ricette evolvono. Una preparazione precedente viene modificata. Una tecnica viene perfezionata. Un ingrediente sostituisce un altro. Un cuoco osserva quello che fa un altro cuoco. Un impero mette in contatto popolazioni che prima vivevano separate. Dopo qualche secolo, il risultato finale sembra abbastanza diverso dai suoi antenati da poter essere considerato una preparazione nuova.

Il baklava è esattamente questo tipo di storia.

E forse è proprio questa la parte più bella.

Grecia e Turchia possono discutere quanto vogliono sulla nazionalità del dolce. Ma il baklava racconta una storia nella quale le cucine hanno fatto quello che gli uomini e le donne hanno sempre fatto quando entrano in contatto: prendere qualcosa dall'altro, modificarlo, adattarlo e restituirlo trasformato.

Il risultato non appartiene perfettamente a una sola origine.

Appartiene alla storia.

E, soprattutto, a chiunque abbia abbastanza pazienza da preparare trenta strati di pasta, burro e frutta secca senza mangiarsene metà prima ancora di arrivare al forno.

Cesio Endrizzi




  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS

NO, LA FARINA PER DOLCI NON È LA FARINA GIUSTA PER UN CROISSANT



Puoi certamente provare a fare un croissant con la farina per dolci. Nessuno verrà ad arrestarti e il forno, con ogni probabilità, continuerà a funzionare. Il problema è un altro: dopo aver impiegato ore a preparare l'impasto, incorporare il burro, laminare, piegare, riposare, stendere, tagliare, arrotolare e infine cuocere, potresti scoprire che hai costruito una magnifica delusione.

Il croissant non è semplicemente un impasto dolce a forma di mezzaluna. È un piccolo esercizio di ingegneria alimentare.

La sua struttura nasce dalla laminazione: un impasto viene avvolto intorno a uno strato di burro e poi steso e ripiegato più volte. Il risultato sono numerosi strati sottilissimi di pasta separati dal grasso. Durante la cottura, l'acqua presente nell'impasto e nel burro produce vapore; il vapore si espande e contribuisce a separare e sollevare gli strati. Il burro, nel frattempo, impedisce che questi strati si incollino immediatamente l'uno all'altro.

È questo che produce quella struttura interna alveolata, leggera e sfogliata che distingue un vero croissant da una brioche qualsiasi con una forma vagamente simile.

E qui la farina entra in scena.

L'impasto deve essere sufficientemente elastico e resistente da sopportare tutto il trattamento che gli verrà inflitto. Deve poter essere steso senza strapparsi, piegato senza collassare e nuovamente steso diverse volte mantenendo una struttura coerente. Per ottenere questo risultato serve una rete glutinica adeguata.

La farina per dolci, invece, viene normalmente progettata proprio nella direzione opposta: contiene meno proteine e sviluppa generalmente meno glutine. È una caratteristica eccellente quando si vuole ottenere una torta tenera, friabile e delicata. Ma ciò che è un vantaggio per una torta può diventare uno svantaggio per un croissant.

È qui che molti fanno confusione. Pensano: “Se la farina è più delicata, allora il dolce sarà più delicato”. Ma il croissant non diventa delicato perché l'impasto è debole. Diventa delicato perché una struttura sufficientemente forte riesce a costruire e conservare strati sottilissimi.

È una differenza fondamentale.

Una farina troppo debole può rendere l'impasto meno capace di sopportare la laminazione. Potrebbe strapparsi più facilmente, perdere la forma o risultare difficile da lavorare. E quando si prepara un croissant, l'ultima cosa che si desidera è un impasto che decide di arrendersi proprio mentre lo si sta stendendo.

All'estremo opposto, naturalmente, non significa che basti scegliere la farina più ricca di proteine disponibile. Anche un impasto eccessivamente tenace può diventare problematico: può essere difficile da stendere, tendere a ritirarsi e rendere più complicato ottenere una laminazione regolare. La scelta della farina deve quindi trovare un equilibrio tra forza ed estensibilità.

Per questo nelle ricette professionali non si parla semplicemente di “farina”. Si considera il tipo di grano, il contenuto proteico, la forza della farina e il comportamento dell'impasto durante la lavorazione.

E qui emerge una delle grandi differenze tra la pasticceria domestica e quella professionale: il professionista non sceglie un ingrediente perché il nome sembra appropriato. Lo sceglie perché conosce il lavoro che dovrà svolgere.

“Farina per dolci” è una descrizione commerciale. Non è una dichiarazione secondo cui quella farina sarebbe adatta a qualunque preparazione dolce.

Una farina debole può essere perfetta per una torta e inadatta a un croissant. Una farina più forte può essere eccellente per un impasto laminato e risultare eccessiva per una preparazione nella quale si cerca invece una consistenza estremamente tenera.

La questione, quindi, non è se sia fisicamente possibile preparare un croissant con la farina per dolci. Naturalmente lo è. In cucina quasi tutto è possibile almeno una volta. La domanda interessante è se quella sostituzione abbia senso.

E qui la risposta diventa molto più semplice: generalmente no, soprattutto se stai cercando di ottenere un croissant ben laminato e strutturalmente corretto.

Perché il croissant è già abbastanza difficile da preparare senza aggiungere deliberatamente un problema all'impasto.

Bisogna mantenere il burro e la pasta a temperature compatibili, evitare che il burro si rompa o si sciolga durante la laminazione, ottenere strati regolari, rispettare i tempi di riposo necessari, non sviluppare né distruggere la struttura dell'impasto, formare correttamente i pezzi e infine cuocerli in modo che il vapore possa fare il proprio lavoro senza bruciare l'esterno prima che l'interno sia sviluppato.

E tutto questo per ottenere qualcosa che, alla fine, deve sembrare quasi leggero come aria.

Usare una farina poco adatta perché “tanto è un dolce” è quindi un po' come montare pneumatici da bicicletta su una macchina da corsa perché entrambe hanno le ruote. La categoria generale non basta. Conta ciò che l'oggetto deve fare.

C'è però una lezione più interessante dietro questa storia.

La pasticceria insegna che gli ingredienti non hanno un valore assoluto. Hanno una funzione.

Il burro non è semplicemente “grasso”. La farina non è semplicemente “farina”. Lo zucchero non serve soltanto a rendere dolce. Le uova non sono soltanto un ingrediente. Ognuno di questi elementi modifica struttura, umidità, elasticità, aerazione, colore e comportamento durante la cottura.

Quando cominci a ragionare in questi termini, smetti di chiederti soltanto “posso sostituire questo ingrediente con quello?” e inizi a porti la domanda corretta: “Che cosa faceva esattamente l'ingrediente originale?”

Se comprendi quella funzione, puoi anche sostituire.

Se non la comprendi, stai semplicemente sperando.

E il forno è un posto nel quale la speranza, soprattutto dopo tre ore di lavoro, è una strategia gastronomica piuttosto costosa.

Cesio Endrizzi

  • Digg
  • Del.icio.us
  • StumbleUpon
  • Reddit
  • RSS