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Tiramisù: il dolce che racconta l’Italia


Non è solo un dessert, è un simbolo dell’identità gastronomica italiana: il tiramisù, con la sua semplicità apparente e la raffinatezza che conquista al primo assaggio, rappresenta un capitolo fondamentale della cultura culinaria del nostro Paese. Nato tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia nella seconda metà del Novecento, questo dolce al cucchiaio ha attraversato le frontiere diventando una delle preparazioni italiane più conosciute al mondo. Un successo che non deriva soltanto dall’equilibrio dei suoi ingredienti, ma anche dalla storia di passione, rivalità e tradizione che lo accompagna.

A differenza di altri dolci italiani legati a secoli di tradizione, il tiramisù ha origini relativamente recenti. Non esistono tracce di ricette ufficiali prima degli anni Sessanta, e la sua comparsa nei dizionari e nei libri di cucina risale solo agli anni Ottanta. Questo lo rende, paradossalmente, uno dei dessert più moderni del repertorio nazionale, eppure già radicato come un classico intramontabile.

Due sono le regioni che si contendono la paternità: il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia. A Treviso, presso il ristorante “Alle Beccherie”, lo chef Roberto “Loly” Linguanotto elaborò una preparazione che univa la tradizione contadina dello “sbatudin” (tuorli montati con zucchero, usati come ricostituente) con il mascarpone, dando vita a una crema vellutata da alternare a savoiardi imbevuti di caffè. È questa la versione più accreditata, codificata poi in ricettari degli anni Ottanta e riconosciuta da gastronomi come Giuseppe Maffioli.

Ma il Friuli rivendica un ruolo altrettanto centrale. A Pieris, nel goriziano, già negli anni Quaranta veniva servita la “Coppa Vetturino”, un dolce stratificato che negli anni Cinquanta prese il nome di “tirime su”. Anche a Tolmezzo, in Carnia, la cuoca Norma Pielli preparava una variante simile, sostituendo burro e alchermes con mascarpone e caffè. Documenti e menù dell’epoca testimoniano che il nome era già in uso prima della consacrazione trevigiana.

Quel che è certo è che il tiramisù nasce come dessert familiare, pensato per dare energia. Non a caso il suo nome evoca un invito: “tirami sù”, cioè “sollevami”, un richiamo tanto alle qualità nutritive quanto a un effetto di conforto e gratificazione.

La diffusione del tiramisù è stata rapidissima. Dalla ristorazione locale si è imposto sulle tavole italiane, fino a conquistare i menù internazionali. Nel 2017 ha persino ottenuto una competizione dedicata, la “Tiramisù World Cup” di Treviso, che attira ogni anno centinaia di non professionisti desiderosi di misurarsi con la ricetta più amata.

Nel frattempo, varianti creative hanno affiancato la formula originale: tiramisù alle fragole, al pistacchio, al limone o servito in bicchieri monoporzione. Nonostante le reinterpretazioni, la versione tradizionale resta la più apprezzata e riconosciuta come prodotto agroalimentare tipico.

La ricetta tradizionale

Ingredienti (per 6 persone):

  • 300 g di savoiardi

  • 500 g di mascarpone fresco

  • 4 uova medie

  • 100 g di zucchero semolato

  • 300 ml di caffè espresso, non zuccherato e raffreddato

  • cacao amaro in polvere q.b.

Preparazione:

  1. Preparate il caffè e lasciatelo raffreddare in una ciotola larga. Non zuccheratelo: il contrasto tra l’amaro del caffè e la dolcezza della crema è fondamentale.

  2. Separate i tuorli dagli albumi. Montate i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Aggiungete il mascarpone poco alla volta, mescolando delicatamente fino a ottenere una crema liscia.

  3. A parte, montate a neve ferma gli albumi. Incorporateli alla crema di mascarpone con movimenti dal basso verso l’alto, per non smontarli.

  4. Inzuppate rapidamente i savoiardi nel caffè: devono assorbirlo senza disfarsi. Disponeteli ordinatamente sul fondo di una pirofila.

  5. Versate metà della crema sopra i savoiardi, livellando con una spatola. Fate un secondo strato di biscotti inzuppati e ricoprite con la restante crema.

  6. Spolverizzate abbondantemente con cacao amaro setacciato. Coprite la pirofila con pellicola e lasciate riposare in frigorifero almeno 3 ore, meglio se tutta la notte.

Il risultato deve essere un equilibrio di consistenze: la leggerezza della crema, la morbidezza dei savoiardi intrisi di caffè e l’amaro secco del cacao in superficie.

Per un gusto più deciso si può aggiungere qualche cucchiaio di Marsala o altro vino liquoroso al caffè, anche se la ricetta originaria non lo prevede. Chi preferisce evitare le uova crude può sostituire i tuorli con una crema pastorizzata o utilizzare albumi già trattati termicamente.

Esistono versioni senza glutine, realizzate con biscotti adatti, e persino interpretazioni vegane, in cui il mascarpone viene sostituito da creme a base di frutta secca o latte vegetale.

Il tiramisù si accompagna bene con vini dolci e liquorosi che sostengano la struttura del dolce senza sovrastarlo. Tra i più adatti:

  • Marsala Superiore: armonizza con le note di caffè e cacao.

  • Vin Santo toscano: la sua dolcezza calda bilancia l’amaro del caffè.

  • Passito di Pantelleria: con le sue sfumature aromatiche di frutta candita crea un contrasto avvolgente.

Per chi preferisce le bevande non alcoliche, il connubio più elegante resta quello con un caffè espresso appena estratto, che prolunga e intensifica il gusto del dessert.

Il tiramisù non è soltanto una ricetta: è un racconto di territori, famiglie, rivalità e contaminazioni culturali. È nato come gesto di cura, pensato per ridare energia, e nel tempo si è trasformato in un rituale condiviso, capace di adattarsi senza perdere la sua identità.

Sedersi davanti a una porzione di tiramisù significa assaporare la storia di due regioni che hanno dato molto alla cucina italiana, ma anche riconoscere il genio creativo di chi ha saputo trasformare ingredienti quotidiani in un’esperienza universale.

Non c’è pranzo in famiglia, cena tra amici o celebrazione internazionale in cui questo dolce non riesca a imporsi come protagonista silenzioso ma indimenticabile. È la prova che la cucina italiana, pur innovandosi, sa custodire l’essenza delle proprie radici.


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